Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 37)
Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.
In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.
Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.
Siete sempre più numerosi ad ascoltare Grembo. Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.
Introduzione
Preparatevi a essere contagiati da una forza della natura che vi travolge per il suo entusiasmo. Questa è Elisa Galli, neuropsicomotricista, musicista e mamma del piccolo Lorenzo.
Una delle prime volte che l’ho incontrata era proprio davanti a un pianoforte, circondata da una marea di bambini: non è un caso, perché la musica è parte della sua vita e l’accompagna ogni giorno, in particolar modo nelle attività di musicoterapia che svolge con i più piccoli. È proprio grazie alla musica che Elisa ha conosciuto Andrea, il suo compagno, con cui, intraprenderà il percorso di maternità.
Il piccolo Lorenzo arriva nella loro vita come una nuova musica.
Non sono mancate le preoccupazioni: un’amniocentesi per scongiurare una malattia genetica, una nascita in un ospedale più affollato del solito e un pelle a pelle rimandato per accertamenti che hanno fatto traballare un momento che era stato immaginato diverso.
Con Elisa abbiamo parlato molto della disabilità: un tema che lei affronta quotidianamente nel suo lavoro, nel suo studio, ma anche nel quotidiano, nella sua famiglia. E mi ha condiviso una riflessione sulla diversità e l’inclusione, che vi invito ad ascoltare dall’inizio alla fine e che qui vi anticipo in poche parole.
Si pensa che si fa un regalo ai bambini con disabilità a integrarli, ma è esattamente il contrario. Il dono è essere a contatto con loro, conoscerli, e osservare insieme che siamo tutti unici e tutti diversi.
Infine abbiamo parlato di un tema che non siamo soliti ascoltare: la fine dell’allattamento, un processo che Elisa sta vivendo proprio in questo periodo.
Si parla spesso di come avviare un allattamento al seno, di come evitare problemi, ragadi o dolori. Ma nessuno ci racconta quanto può essere difficile concludere questo percorso. E così, lontano da checklist o passi predefiniti, Elisa sta trovando la sua quadra, che è quella che funziona per lei e il suo bambino, perché anche in questo non si tratta di scelte unidirezionali, ma di trovare la propria armonia.

Intervista a Elisa Galli: la musica per aiutare qualcuno
[Anna] – Ciao Elisa, benvenuta!
[Elisa] – Ciao Anna, grazie!
[Anna] – Benvenuta al microfono di Grembo. Per iniziare ti chiedo di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.
[Elisa] – Grazie di avermi invitata! Sono Elisa, ho 35 anni – appena fatti – e vivo a Seregno. La mia famiglia è composta da me, Andrea, Lorenzo che è il nostro bimbo e Mia, che è la sorellina, anzi, la sorellona di Lorenzo. Di lavoro sono una neuropsicomotricista e musicoterapeuta.
[Anna] – Noi ci siamo conosciute perché viviamo nella stessa città, appunto, Seregno e perché ho anche avuto il piacere di averti ospite durante il Festival di Nidi Fioriti, che abbiamo organizzato lo scorso anno, a Seregno, dove hai tenuto dei laboratori bellissimi di psicomotricità in musica, appunto, per i bambini. Ed era un’attività che ha avuto un enorme successo perché avevamo questo pianoforte gigante, c’era la musica, tirava tantissimo e poi, ovviamente, tu eri proprio una calamita!
[Anna] – La musica è un tema, per te, molto centrale. Quindi per iniziare, prima ancora di entrare nella tua storia di maternità, mi piacerebbe che tu mi raccontassi com’è nata questa prima storia d’amore con la musica.
[Elisa] – Sì, volentieri. Perché diciamo che la musica è stata forse il mio primo vero amore, perché quando andavo nella scuola dell’infanzia, qui a Seregno, c’era una suora che suonava il pianoforte, faceva delle canzoncine…e, durante i momenti di gioco libero, io “sgattaiolavo” per andare a cercare di rifare le canzoncine che suonava la suora! Al che, ai miei genitori è stato detto: “Guardate, sembra che la musica interessi, perché non provate?” I miei genitori, amanti della musica, hanno colto la palla al balzo – e loro non hanno mai potuto studiare musica.
Da lì è iniziato il mio rapporto con la musica, che è partito attraverso il gioco. Questo è molto importante.
[Elisa] – È un rapporto che non mi ha mai abbandonato, nel senso che io ho iniziato a studiare pianoforte all’età di 3 anni, ovviamente tramite il gioco. E poi, per tutta la crescita, diciamo che quello spazio per me era un contenitore: un contenitore emotivo, un contenitore dove se mi sentivo triste suonavo, se ero felice suonavo. Poi nell’adolescenza quando ero innamorata suonavo, quando magari invece…
[Anna] – ci si lasciava!
[Elisa] – Suonavo! Insomma è stato veramente come avere un amico in più. E poi crescendo ho iniziato a suonare anche il sassofono all’età di 11 anni. Ho suonato per anni nella banda del paese, ho suonato in marching band, abbiamo iniziato a fare tra amici i nostri gruppi. Quindi diciamo che nella crescita la mia idea, anche lavorativa, è sempre stata quella di dire: io voglio unire la musica per aiutare qualcuno.
Perché, in un certo senso, avevo capito sin da piccola quanto fosse ristoratore quella cosa, quanto per me la musica fosse nutrimento, no? Sia scarica che nutrimento.
[Elisa] – E quindi, insomma, così ho iniziato a pensare quale potesse essere il percorso di studi. Prima mi sono laureata in riabilitazione pediatrica – che si chiama neuropsicomotricità dell’età evolutiva – perché ho sempre avuto “il pallino” dei bambini, visto che ho iniziato da bambina, e poi mi sono diplomata anche in musicoterapia.
[Elisa] – Insieme a Valeria Marsheva abbiamo creato il nostro metodo che si chiama appunto D’accordo. È un metodo che ci siamo cucite su misura, come dei sarti, perché in un certo senso lei ha fatto una esperienza molto simile alla mia, perché è figlia d’arte, quindi ha vissuto la musica sin dal grembo materno. Ci siamo ritrovate! Sua mamma era la mia insegnante di pianoforte, ci conoscevamo, ma abbiamo iniziato a lavorare veramente insieme più o meno quando io avevo 19 anni ed è stata una scoperta incredibile. Ci siamo dette “Ma anche per te è così la musica?”, “Sì, anche per me”, “Caspita, incredibile”. Quindi abbiamo fatto la stessa esperienza in due mondi diversi e abbiamo costruito D’accordo.
[Anna] – Che bello! Che poi D’accordo è anche uno spazio, è un luogo molto vivo dove passano un sacco di famiglie, un sacco di bambini, un progetto bellissimo.

Sindrome di Rett e musicoterapia: quando l’incontro cura
La musica, anche la musicoterapia, non è stata centrale nella tua vita “solo” per la tua professione, ma anche perché ti ha permesso di incontrare il tuo compagno Andrea, giusto? Mi racconti un po’ di questo? Com’è stato questo incontro?
[Elisa] – È stato buffo! Nel senso che, all’inizio, totalmente inaspettato. Io mi trovavo ad Arezzo con un team con cui collaboro, il progetto si chiama Swim’n’Swing ed è un progetto sardo dove facciamo tantissime cose: uniamo la musicoterapia al nuoto e alla disabilità. Nello specifico, in quel periodo stavamo proprio studiando la sindrome di Rett (RTT) che è una sindrome molto rara, siamo stati anche ad Harvard a ottenere uno speech in un convegno, e ci hanno invitato ad Arezzo attraverso un’associazione molto famosa italiana specifica per la sindrome di Rett, dove le famiglie facevano una full immersion di una settimana – una sorta di vacanza con tantissime proposte di attività, dove c’eravamo anche noi.
Lì ho conosciuto Mia. Il mio primo incontro è stato con Mia, la figlia di Andrea.
[Elisa] – Andrea in realtà era presente nella stanza, però non ci siamo neanche di fatto parlati. Ho visto che c’era questo papà che era molto commosso da quello che stavamo facendo. Le uniche parole che ho scambiato con lui sono state alla fine della seduta; vedendolo con gli occhi lucidi ho detto: “Allora, papà, come stai?” E lui mi ha detto “Guarda, te lo dico dopo”. Avevo capito che era un momento, insomma, dove c’era bisogno di avere un po’ di spazio.
[Elisa] – Sono uscita e, nel frattempo, quando lui si è tranquillizzato (ha ripreso un po’ contatto con il mondo terreno) ha chiesto a Luisa, alla mia collega, dove facciamo questo metodo, come…E, guarda caso, a distanza di due settimane avremmo tenuto un convegno in Sardegna, proprio su quello che facevamo. Quindi abbiamo invitato Andrea, si sono scambiati le mail e lui è venuto, ha preso un aereo ed è venuto in Sardegna. Questo non era soltanto un convegno, perché c’era una parte teorica, ma una parte pratica immersiva, cioè dove le persone proprio si immergono, letteralmente, o nell’acqua – perché c’era anche la piscina – o nel suono, e provano veramente che cosa vuol dire fare questo percorso.
[Anna] – Ti posso fermare un attimo? In poche parole, in che cosa consiste questa Sindrome di Rett e come la musica, allora, può aiutare?
[Elisa] – Sì, sì. Allora, la sindrome di Rett è una sindrome io dico sempre “molto brutta”, nel senso che è una sindrome che si sviluppa a partire da…diciamo che le prime avvisaglie si hanno tra i 6 e i 12 mesi, per un tecnico! Invece, per un non tecnico, quindi magari un genitore che non ha magari visto tanti bambini, non riesce subito a capire che c’è qualcosa che non va. È una sindrome che colpisce le bambine, perché è una sindrome che si posa sul cromosoma X.
Hanno uno sviluppo più o meno normale fino a un certo punto, dove inizia il deterioramento sotto ogni fronte, quindi perdono la capacità di parlare, a volte di guardare negli occhi, a volte camminare…
[Elisa] – Dico “a volte” perché ci sono quadri clinici molto diversi, no? Quindi sono bambine che camminano, bambine che non camminano. Hanno difficoltà a usare le mani; questa è un po’ una tipologia della sindrome di Rett, perché hanno queste specie di chiamiamole “stereotipie”, anche se in realtà loro non riescono più ad usare le mani, e quindi hanno queste stimolazioni continue dove battono le mani, le battono sul petto e non riescono ad afferrare, no? Quindi è molto violento per un genitore, credo, è sempre violento.
[Elisa] – In questo caso c’è questa aggravante, se vogliamo, di un percorso neurotipico… e poi ti crolla il mondo addosso, poco alla volta, perché poi ci sono dei picchi di regressione verso i 4 anni, verso l’adolescenza. E quindi, insomma, è una patologia molto pesante. Io eh per “caso”, nella mia esperienza professionale, anche quando ero all’università, ho trattato tante sindromi di Rett e, per caso, con il progetto sardo abbiamo trattato tante sindromi di Rett, per caso, siamo andati ad Arezzo, per caso, ho incontrato Mia e poi Andrea.
[Anna] – Certo! E quando dici trattato vuol dire che con la musica tu puoi aiutare a alleviare questi sintomi?
[Elisa] – Sì, allora, diciamo che la musica ha un potere trasformativo a livello emotivo. L’esempio banale che faccio sempre è: guardiamo un film romantico o un film horror senza la colonna sonora, non ti emozioni allo stesso modo, no? Ha un potere emotivo trasformativo e poi ha un potere enorme relazionale perché, anche a livello cerebrale – se vogliamo fare questa piccola parentesi – l’area di comprensione del linguaggio musicale è molto vicina all’area di comprensione e produzione del linguaggio, proprio anatomicamente. È un caso? Non lo sappiamo, però sono tutte lì, e, in effetti, è proprio un modo per comunicare.
[Elisa] – Quindi ci sono tante ricerche – non lo dico io, eh – che testimoniano che, soprattutto con alcune patologie del neurosviluppo, una di queste appunto la sindrome di Rett, si riesce ad “agganciare” il bambino, il paziente, in modo tale che entri in relazione. Quindi succede che durante una seduta noi ci incontriamo – è la fase che si chiama matching per come lavoriamo noi – e siamo sugli stessi binari: io ricalco il bambino quando cammina, improvviso quello che fa, come mi guarda, come sente l’atmosfera, se ha delle crisi, se è felice…cerco di tradurlo in musica! E, poi, allora, iniziamo a fare questo dialogo dove un po’ guida il bambino, un po’ guido io e siamo insieme in questo percorso.
[Anna] – In armonia! Bellissimo!
Dalla Sardegna al primo appuntamento
[Anna] – Tornando alla tua storia, incontri, ritrovi, Andrea in Sardegna e scatta qualcosa?
[Elisa] – Sì, no, cioè sì, ovviamente, ma come scatta con tutti in quel momento, perché un’esperienza del genere…
[Anna] – Intensa!
[Elisa] – Sì, dove porti tanto di te. Poi Andrea è una persona che “ha poche difese”, cioè tende a darsi, quindi non ha avuto difficoltà nel dire “Ok, provo a suonare”, nonostante faccia un lavoro che è totalmente diverso rispetto a quello che faccio io. Eh, proprio la voglia di mettersi in gioco e anche la continua richiesta di domande, “Ma spiegami bene come funziona?”. Abbiamo passato insieme questa giornata, è stato bellissimo. Certo, c’era un feeling, però io non sapevo niente di lui, lui non sapeva niente di me. Abbiam fatto delle chiacchiere meravigliose, come mi è già capitato tantissime volte con altre mamme, altri papà, altri colleghi e quindi è rimasta la bellezza dell’esperienza, no?
[Elisa] – Poi, quando è finita questa esperienza, il suo aereo aveva un ritardo, quindi ha scritto una mail, c’era il suo numero in calce e il mio collega – che è sardo ed è estremamente ospitale, come tutti i sardi – mi ha detto “Chiamalo, digli che se ha bisogno lo andiamo a prendere e viene a cena con noi”. Così ho fatto! Ho chiamato, ho detto, “Guarda Andrea, se hai bisogno, vieni con noi ecc.”, “No, no, grazie mille”… però gli è rimasto il mio numero di telefono! Ed è iniziata questa corrispondenza, ma non assidua, però insomma magari una volta ogni tre giorni, di scambi, di pensieri, no?
[Elisa] – Poi lui è mosso tantissimo dal desiderio di poter, come dire, arricchire la vita di Mia con tante esperienze. Lui vive a Sanremo, quindi è un luogo diverso da dove viviamo noi, ed era mosso dal cercare di fare qualcosa per Mia. È venuto a trovarmi in studio, gli ho fatto vedere lo studio, quello che facciamo, abbiamo parlato e tutto qua. Dopo mesi ho capito che magari poteva nascere qualcosa, un interesse, ecc. ecc. e siamo andati alla Scala. Mi ha portato alla Scala. Allora lì era un appuntamento!
[Anna] – Beh, giustamente, direi di sì, comunque ha azzeccato il luogo!
[Elisa] – Sì, sì, ha azzeccato il luogo. Quello era un appuntamento e, da lì, ho iniziato a vederlo magari sotto occhi diversi, no?
Scegliere di avere dei bambini
[Anna] – E quanto tempo è passato prima di, non so, aver aperto un dialogo sul tema della gravidanza? O è qualcosa che è arrivato nella vostra vita un po’ all’improvviso?
[Elisa] – No, ne abbiamo sempre parlato molto, nel senso che sin da subito io ho espresso chiaramente il mio desiderio comunque di avere dei bambini. In modo sognatore, non “calcolatore” (ci sediamo, facciamo un excel e vediamo che cosa…). Magari anche in modo avventato, non lo so, però ho sempre avuto questo desiderio e lui lo stesso. Quindi dopo circa un anno, poco più, insomma diciamo così, è arrivata la notizia che io ero incinta!
È stata una sorpresa perché non pensavamo, insomma, di metterci poco tempo, eh, però è andata così ed è stato travolgente.
[Anna] – Immagino! Come l’hai vissuta?
[Elisa] – Eh, allora, all’inizio, quando ho realizzato il test di gravidanza mi sono sentita in una bolla! In una bolla, dicendo “Santo cielo! E adesso?”
[Anna] – Eravate insieme quando hai fatto il test?
[Elisa] – Sì, sì, sì. Io pensavo di avere il Covid, in realtà!
[Anna] – Ah, certo, eravamo in quel “bel” periodo.
[Elisa] – Sì, poco dopo, però comunque pensavo di avere il Covid, e ho detto “Massì, sicuramente!”. Io mi sentivo stanchissima. Nel frattempo eravamo in montagna a sciare, io ho fatto 50 km di pista! “Non ho più il fisico, di sicuro è l’età, non ce la faccio, non so come mai, mi viene da dormire”, che poi io non ho mai dormito, ho sempre avuto una vita molto attiva. Dico boh, boh, boh!
E lui mi dice “Ma non è che sei incinta?”, gli faccio “Mah, vuoi dire?.
[Elisa] – “Eh, vabbè, togliamoci questa cosa”, sennò fuori di qua, vado al medico e vediamo, mi prescrive tutti gli esami, facciamo un bel check-up…e invece abbiamo avuto questa notizia!
[Anna] – Wow, bellissimo.
Com’è andata la gravidanza
[Anna] – E quindi, com’è andata? Come sono andati i mesi successivi? Com’è stata la gravidanza?
[Elisa] – È stato un percorso forse di conoscenza, non lo so, lo definirei così, perché non saprei dare un aggettivo – “bello, brutto, facile, difficile” perché 9 mesi sono tanti, no? Quindi generalizzare è difficile.
Però è stato un percorso di conoscenza, dove pian piano il mio corpo, la mia mente, sì, mi hanno accompagnata a rallentare un po’…
[Anna] – Perché è inevitabile!
[Elisa] – Sì, ho sempre avuto una vita molto attiva, molto cioè yes girl a qualsiasi cosa, sì.
[Anna] – Facciamolo!
[Elisa] – Quindi, insomma, all’inizio è stato difficile pensare di dover rallentare, però devo dire che è arrivato in maniera molto molto molto graduale. E devo anche dire che la bellezza del mio percorso c’è stata grazie alle persone che mi hanno accompagnato, a prescindere dalle famiglie o dagli amici, ma dai professionisti.
[Elisa] – Nel senso, io ho questa carissima amica, si chiama Irene, che fa l’ostetrica, che mi ha proprio seguito per tuuutta la gravidanza e altri due amici, che si chiamano Moreno e Michela, che fanno tutto un percorso sullo sport, il pavimento pelvico, la gravidanza: quindi io ho sempre potuto fare sport, e questo per me è stato importantissimo.
Fare l’amniocentesi e accogliere il rischio della vita
[Anna] – Quindi sei stata comunque bene, non hai avuto “grandi fatiche”?
[Elisa] – Sì, l’unica fatica che ho avuto, onestamente, è stata dover fare l’amniocentesi, perché dovevamo escludere, di comune accordo io e Andrea, non sapendo il sesso, volevamo escludere, insomma, una piccola percentuale di possibilità di avere un’altra bambina con la sindrome di Rett.
[Anna] – E com’è stata l’esperienza dell’amniocentesi? Ti va di raccontarmela?
[Elisa] – Sì, eh, difficile perché l’abbiamo rimandata tantissime volte, quindi io mi preparavo…
[Anna] – Intanto, scusa, avevi fatto i testi prima anche? Tipo la translucenza nucale? O il DNA fetale?
[Elisa] – Sì sì questo sì, il DNA fetale no. Avevamo fatto il test dei portatori sani, per conoscere alcune altre patologie. E poi no, abbiamo direttamente fatto l’amniocentesi specificatamente per quella sindrome e poche altre, quelle più comuni.
[Elisa] – Ed è stato difficile perché io arrivavo preparata, ti mettono un ago nella pancia, no? Nella pancia dove tu hai il tuo bambino; è una cosa distopica, è una cosa che non puoi digerire, ok? Quindi, eh, arrivavo preparata e poi per qualche ragione – l’utero retroverso, devo fare la villocentesi – posticipiamo. Abbiamo posticipato, credo, di due mesi, infiniti.
[Anna] – Ci credo!
[Elisa] – Infiniti, e non perché io avessi paura.
Io avevo paura dell’amniocentesi, che potesse succedere qualcosa al mio bambino. E quando ero su quel lettino, io mi ricordo che c’era una parte di me che diceva “Scappa, adesso, scappa, scendi dal lettino e vai”.
[Elisa] – E anche quando ho visto – perché tu vedi tutto nel monitor – quando entra l’ago, e tu lo vedi, fa malino un pochino, vabbè, non è niente di che. Loro poi aspirano con la siringa e vedevo che mio figlio si avvicinava, come a dire “Ah, che cos’è questa cosa? Un amico, vediamo, tocchiamo!” E la ginecologa dice “No, non ti devi avvicinare”, riferito a mio figlio. E a me è venuto spontaneo quasi dire “Prendo l’ago e lo porto fuori”.
[Anna] – Certo!
[Elisa] – È stato proprio difficile. E poi sono stata a riposo, perché ti chiedono di stare a riposo tre giorni. Dopo un bel po’ abbiamo avuto l’esito e però, poi, è passato.
[Anna] – Era tutto ok, quindi ha tirato un sospiro!
[Elisa] – Sì, perché Lorenzo è un maschio.
[Anna] – Un maschio, esatto, l’avete scoperto grazie a quell’esame lì?
[Elisa] – Sì!
Quando il piano del parto cambia
[Anna] – E come sei arrivata al parto? Eri a termine?
[Elisa] – Sì sì! Io avevo il termine il 22 e ho partorito il 25, quindi diciamo abbastanza termine. E come l’ho vissuto? L’ho vissuto con curiosità enorme, perché passi questi 9 mesi a pensare che cosa succede e quindi con enorme curiosità.
Anche lì è un crescendo di sensazioni, perché quando inizi, le prime contrazioni, dici “Ok, va bene, sopportabile”, poi diventa sempre peggio.
[Anna] – Sei rimasta molto a casa?
[Elisa] – Sono rimasta molto a casa perché ero sempre al telefono con Irene, la mia amica ostetrica, che con calma mi diceva “Ok, aspetta ancora un attimo, conta le contrazioni”. Poi per fortuna è arrivata mia sorella, che è stata con me per tutto il momento. C’era anche Andrea, però mia sorella è svizzera, quindi era lì con l’Apple Watch a fare “Contiamo le contrazioni, ok, è un’ora che hai contrazioni regolari, ta ta ta!”
[Anna] – È ora di andare!
[Elisa] – Chiamiamo in ospedale! Benissimo, io non ho pensato a nulla! E abbiamo chiamato in ospedale, siamo andati.
Il viaggio in macchina è stata la cosa più terribile della mia vita. Sì. Ogni buca. Mamma mia.
[Anna] – Sì. I tombini. È vero. Anch’io ho questo ricordo dei tombini!
[Elisa] – I tombini, esatto! E quindi, nulla, sono arrivata nell’ospedale che ero già dilatata di 6 cm. Sono entrata immediatamente in sala parto. E non ho avuto un bellissimo feeling, sinceramente, con la prima ostetrica che ho incontrato, perché forse io ero abituata a Irene, che è una persona molto accogliente, molto permeabile e quest’altra ragazza senza conoscermi ha iniziato a dirmi “Vai, vai, coraggio”. Ecco, con me non funziona così, no? Quindi mi aspettavo magari un minimo di conoscenza, entrare più in punta di piedi, non lo so.
[Anna] – Chiaro.
[Elisa] – E poi per fortuna c’è stato il cambio turno. È arrivata questa ragazza Arianna, mi ricordo ancora il nome, giovanissima, perché si era appena laureata ed è stata…
[Anna] – È cambiata completamente l’esperienza.
[Elisa] – Sì, sì, sì, sì. Perché poi sono riuscita ad avere una pausa dal dolore, perché ho chiesto di avere l’epidurale, hanno capito.
[Anna] – Ti eri fatta un’immagine? Una sorta di piano nascita? Ti eri fatta un’idea?
[Elisa] – Il piano parto, sì, sì. ho consegnato il piano all’ostetrica…
[Anna] – Che cosa avevi scritto nel piano del parto?
[Elisa] – Eh, beh, avevo scritto una cosa che poi purtroppo non è stata possibile, nel senso che desideravo non tagliare subito il cordone ombelicale di mio figlio e averlo subito pelle a pelle.
[Anna] – Certo.
[Elisa] – Poi, purtroppo, nella fase di espulsione lui si è incagliato nell’utero, quindi è andato un pochino in sofferenza. Eh, sono riuscita a sgusciarlo con l’olio di mandorle, però me l’hanno portato via subito, perché aveva un Apgar di 7 e quella sera ci sono stati 41 parti all’Ospedale San Gerardo (MB).
[Anna] – Quarantuno!?
[Elisa] – C’era gente che partoriva in corridoio!
[Anna] – Oh mamma mia!
[Elisa] – Sì. E quindi l’hanno portato in un’altra stanza, dove c’era una mamma che era in emergenza e quindi il medico, mentre faceva partorire l’altra mamma, con un cesareo d’urgenza, guardava mio figlio.
[Anna] – Oh, santo cielo!
[Elisa] – Quel momento è stato difficile, perché in qualche modo, sai, mi è arrivata, eh, io in cuor mio ero tranquilla, però mi è arrivata la parte di Andrea.
[Anna] – Ah, certo. Sì, sì.
[Elisa] – Perché con quello che ha vissuto, no?
È vero che non c’entra niente col parto la sindrome di Rett, però gli è crollato il mondo addosso. Come dire, c’è un problema, non sappiamo cosa è successo.
[Elisa] – Mi ricordo l’immagine di lui con la testa tra le mani che non parlava, o comunque pochissimo, quindi io che scendo dal lettino e vado subito a cercare mio figlio. È stato abbastanza faticoso, tant’è che credo che la sua conoscenza con Lorenzo sia avvenuta per gradi, proprio per gradi. Ma anche la mia, eh, nel senso che non è stato un amore a prima vista! È stato proprio un “Ciao!” [ride, NdR].
[Anna] – Piacere di conoscerti!
[Elisa] – Piacere di conoscerti, sono la tua mamma! E iniziamo questo percorso insieme. Vediamo di conoscerci, ci aiutiamo…
[Anna] – Parliamoci!
[Elisa] – Perché all’inizio non sono facili i primi mesi. È vero che ti devi fidare davvero di te stessa, perché ce la fai, ce la facciamo tutte.
Però quando sei dentro, trovi questo esserino con gli occhi blu che ti guarda così, dici “Qual è il tuo problema?”, non riesco a capire. Spiegami, spiegamelo.
[Elisa] – Poi io generalmente non sono una persona particolarmente ansiosa, quindi mantengo la calma, però anche ironizzando un po’ dicevo “Qual è il tuo problema?”.
[Anna] – Certo!
Il pensiero di una disabilità
[Anna] – Io vorrei anche tornare proprio su questo momento che, dicevi, un po’ intenso, difficile, perché ti han portato via Lorenzo, non sapevi bene cosa stava succedendo. E anche per il tuo vissuto, quello che mi raccontavi poco fa del tuo stare vicino anche a bambini che hanno disabilità, quando rivolgevi lo sguardo verso di te, come futura mamma, come vivevi il possibile pensiero di una disabilità di tuo figlio?
[Elisa] – Allora, è una cosa di cui ho parlato, credo, solo con una persona, che è la mia genetista del San Gerardo – che, guarda caso, è anche una mamma che ha frequentato tantissimo il mio studio. Ci sono due genetiste, tutte e due, devo dire persone carissime, e quando abbiamo affrontato questo argomento io non lo so se con incoscienza, con sincerità, non so, io ho detto:
«Guarda, adesso che mi ci fai pensare, io credo che nel momento in cui tu accogli la vita, accogli anche tutto il rischio che la vita comporta, e la nascita! Ma questo per tutto, no? Anche quando esci, quando prendi la macchina e fai un viaggio.” E quindi ho detto “E va bene”»
[Elisa] – Nel momento in cui io prendo questa scelta, accolgo la vita, accolgo le sue sfaccettature, anche la possibilità che ci sia un problema. Nel senso che mio figlio per adesso è neurotipico, ma non lo sappiamo, no? E quindi crescerà, farà il suo percorso, ci dirà, ci farà capire quali saranno le sue fragilità, le sue debolezze, i suoi punti di forza.
[Elisa] – E io mi sono detta così, poi non lo so se incoscienza, ripeto, non lo so, però credo veramente questo, che devi accogliere la vita così come viene. O almeno ci provi, no?.
[Anna] – Certo, non è assolutamente scontato! Ti faccio questa domanda perché non per tutte quante, parlo pensando alle mamme, non è facile fare questi ragionamenti, questi pensieri. E penso anche che devi anche trovarti molto nella situazione!
[Elisa] – Diciamo che poi, forse, anche essendo dentro la disabilità tanto, io vedo la bruttura a volte della disabilità, la fatica, il dramma, la solitudine. Però vedo anche una forza dei genitori che conosco, che vengono in studio, con i quali ho un rapporto che va oltre il “ti vedo il bambino, riabilito il bambino”, va oltre, perché il mio pezzo è anche la famiglia!
[Elisa] – Vedo certe situazioni così complicate per mille e più ragioni, persone comunque che trovano un equilibrio, che trovano la bellezza “anche” nella disabilità, che dico “si sopravvive”.
[Anna] – È vita!
[Elisa] – C’è di peggio al mondo, cioè nel senso, davvero, io potrei farti centinaia di esempi di famiglie virtuose proprio, che conosco, e hanno magari i bambini che hanno una disabilità grave, grave, gravissima.
La vita familiare “a spezzettoni”
[Anna] – E vorrei farti una domanda, che riguarda più il tuo partner, soprattutto pensando alla città in cui viviamo, che abbiam detto essere una città comunque medio piccola, non una metropoli, sicuramente abituata a “modelli” forse più tradizionali in cui magari ci si conosce, si va a vivere insieme, ci si sposa eventualmente e si fanno i figli.
[Anna] – La tua storia, che mi stai raccontando, invece, racconta di una famiglia che condivide lo stesso tetto, però con delle regole un po’ “diverse” – le proprie, che ovviamente funzionano per voi – ma che forse, non lo so, me lo dirai tu, non ricevono il consenso delle persone che ti stanno intorno e che hanno in mente modelli diversi, appunto, più forse tradizionali. Come stai vivendo questo sulla tua pelle? E come l’avete vissuto insieme?
[Elisa] – Allora, ridendo!
[scoppiano a ridere, NdR]
[Anna] – Perfetto!
[Elisa] – Nel senso che, allora, noi viviamo una settimana qui e poi Andrea una settimana sta a Sanremo. Il weekend però siamo sempre insieme, perché ci spostiamo a Sanremo così stiamo tutti e quattro insieme, e un altro weekend invece stiamo qua e facciamo delle cose qua. Per la mia famiglia e credo anche per la sua, insomma – credo perché non ne abbiamo mai parlato – conoscendoci, conoscendo me, conoscendo Andrea, è tutto regolare, nel senso che sanno come siamo.
[Elisa] – Siamo persone che sono abituate a viaggiare, lavorano in giro per il mondo, si spostano in tutta Italia, insomma, siamo sempre in giro, quindi per noi è assolutamente normale. Non dico non faticoso, no? Nel senso che a volte certo che è faticoso, ma penso che siano le fatiche che accomunano un po’ tutte le famiglie.
[Anna] – Certo!
[Elisa] – Ehm, magari, ecco, da altre persone… Io mi ricordo, quando ero in gravidanza, che la domanda tipica di chi sapeva che vivevamo “un po’ a spezzettoni” tra qua e Sanremo, era: ma quindi poi dove andrete a vivere? E io: “No, continuiamo così”, “Eh come farai la sera così?, io “Non lo so, penso che, semplicemente, è tutto in itinere, no?”
[Elisa] – Nel momento in cui mi dovessi accorgere che qualcosa non funziona, vabbè, andiamo tutti a Sanremo oppure veniamo tutti a Milano, oppure non lo so, vediamo, no? Iniziamo a vivere, cerchiamo di capire. Io non ti so dire nel mio futuro, tra 5 anni, tra 10 anni…Viviamo!
[Elisa] – Io e Andrea siamo due persone molto “lavoratrici”, anche sul confronto. Quindi “Ok, come stiamo oggi? Cosa sistemiamo, che cosa funziona?” Siamo sempre under construction, quindi.
[Anna] – Ci si adatta!
[Elisa] – Finché c’è un dialogo che funziona, dove ci si ritrova, dove c’è uno spazio per accogliere le fatiche, dove si dice, “Guarda, adesso tengo io la scala, tu sali, poi facciamo il contrario”, va bene, no? C’è di peggio al mondo, anche qui!
L’avvio dell’allattamento e di una nuova routine
[Anna] – E quindi come l’hai vissuta tu? Soprattutto, adesso ritornando alla storia con Lorenzo, quindi siete stati in ospedale i classici tre giorni?
[Elisa] – Quattro! Per quella cosa che aveva, la sofferenza, quindi dovevano controllare che fosse tutto ok, sistemare.
[Anna] – Poi però te l’hanno dato, è andato tutto bene?
[Elisa] – Tutto benissimo, nel senso che, poi, quando sono tornata a casa il giorno dopo è arrivata subito Irene, mi ha seguito nell’allattamento.
[Anna] – L’allattamento è partito bene? Facile?
[Elisa] – Benissimo, facilissimo!
[Anna] – Oh, meraviglioso!
[Elisa] – E tra l’altro, io ho un trauma, probabilmente, perché desideravo tantissimo allattare. Ma io non sono…essendo nata negli anni ‘90, non sono stata allattata, perché, sai, c’era la cosa, non hai latte…
[Anna] – C’era il biberon, che andava molto “di moda”.
[Elisa] – Esatto, “cresce meglio col latte in formula”, eccetera eccetera!
[Anna] – Certo! E invece sei riuscita ad allattare. E com’è stato il rientro a casa? Impostare una nuova routine? A tre, a quattro, a due?
[Elisa] – Challenging!
All’inizio per me era difficile, quando arrivava la sera dicevo “Noooo”, adesso ho in mano una creatura, che non capisce la differenza tra giorno e notte, e quindi magari anche uscire a cena dai miei, dalle famiglie, così, un pochino mi pesava, no?
[Elisa] – Perché a un certo punto erano tutti allegri, e io dicevo “Presto si avvicina al momento in cui sto sveglia”. E però passa, perché è un momento! Poi ho iniziato sin da subito a stare da sola anche la notte.
[Anna] – E infatti ero curiosa di sapere perché quando Andrea era a Sanremo, come ti organizzavi tu?
[Elisa] – Le prime volte veniva mia sorella a dormire a casa mia, poi anche mia mamma ha chiesto se volevo che venisse anche lei. È venuta una mia amica qualche volta, Alessandra, la mia più cara amica, e però poi a un certo punto ho detto “Ok, grazie”
[Anna] – Ci sono!
[Elisa] – Adesso ho capito! Io ho bisogno di “fare il test”, no? Cioè, vieni, non fai niente, stai qua a dormire, io capisco se ho bisogno. Appurato che non ho bisogno, basta. Ce la posso fare, se ho bisogno, chiamo!
All’inizio tenete le suonerie, vediamo se succede qualcosa. Non è mai successo niente.
[Anna] – Ecco, infatti, ti sei ritrovata nel…
[Elisa] – Sì ma anche perché, poi, i primi mesi, quando c’era magari il vaccino, l’influenzina, così, Andrea era molto più flessibile, no? Capiva la situazione e quindi magari cercava di stare, giusto i primi due mesi, un pochino di più qui, ma perché proprio sai, quei due mesi lo sappiamo, no? Sono quelli più faticosi. E quindi è andata dai, è andata bene!
[Anna] – Ok! Hai ripreso a dormire, poi, a una certa?
[Elisa] – A una certa, sì, ho ripreso a dormire, come tutte le mamme, e quindi con tanti risvegli notturni. Non è un grandissimo dormitore mio figlio, nel senso che si sveglia spesso perché vuole il contatto, vuole il seno ancora. Ehm, però ci si equilibra, no? Nel senso che adesso non mi sveglio particolarmente stanca la mattina, è più all’inizio il difficile.
[Anna] – Certo!
Una vita attiva, con calma, attraverso i suoi occhi
[Anna] – E invece pensando al tuo essere molto attiva, nell’avere una vita molto attiva, la gravidanza ti aveva un po’ obbligato a rallentare. Hai ripreso queste attività? Hai ripreso il tuo essere “Elisa super attiva, faccio mille cose” con, adesso, a fianco un piccolo Lorenzo? O hai dovuto rallentare?
[Elisa] – Di sicuro la quantità di cose che faccio magari è la stessa, ma più distribuita nel tempo, quindi con più calma. Diciamo che l’avvento di Lorenzo è stato un po’ terapeutico per me, perché magari non è tutto “sano” fare fare fare fare fare fare, no?
A volte credo di avere anche un po’ colmato dei miei vuoti, no?
[Elisa] – Ma normali, i vuoti che possono avere tutti. E quindi diciamo che, adesso, toccare con mano il fatto che si può anche non riuscire, per una persona iper prestante quale sono sempre stata, è terapeutico. Mi vivo lo stesso le cose, ho ripreso ad allenarmi, ho ripreso a lavorare, ho le stesse responsabilità di prima, ho ripreso a insegnare in università, però lo faccio, diciamo, con più calma.
Cerco di includere il più possibile Lorenzo in quelle che sono le attività che mi piacciono, quindi le vivo lo stesso, ma attraverso i suoi occhi!
[Elisa] – Io ho sempre amato la mia vita, perché mi è sempre piaciuto, ho sempre scelto cose belle da fare, non mi sono mai obbligata a fare niente e quindi dentro di me penso io sono contenta, perché lui vede la figata del mondo di sua madre con i suoi occhi. Io sono lì che lo guardo e cerco di capire l’espressione, com’è, se gli piace, se è dubbioso, se… e questo è divertentissimo, perché gli faccio fare di tutto.
[Anna] – E com’è lui? È uno che si lancia?
[Elisa] – È serio!
[Anna] – Serio?
[Elisa] – È serio! Assolutamente. Lui è come se capisca che quella cosa è una “cosa da magari bimbi anche più grandi”, quindi lui si cala nella cosa. Primo approccio serio, ma sul pezzo. Cioè uno io dico sempre «sei un gran figo», nel senso che è molto sul pezzo e dopo che gli è piaciuta la cosa, allora inizia a ridere, e la fa, e indica perché vuole rifare.
[Elisa] – Faccio un esempio: sono andata con lui in montagna, l’abbiamo messo sul bob e si è fatto queste discesone col bob, felice come una Pasqua, andava come una scheggia!
[Anna] – A 18 mesi?
[Elisa] – No, 15!
[Elisa] – L’ho portato in kayak che aveva 11 mesi, mentendo clamorosamente, perché mi hanno detto che doveva avere almeno 14 mesi. Io “Sì, sì, sì, 14 mesi”. Siamo andati in kayak con mia sorella.
[Anna] – Non rifatelo! [Sorridendo, NdR]
[Elisa] – No, no, no, no!
“Non ho mai usato il passeggino”: viaggi, lavoro, intesa
[Elisa] – Oppure trekking in montagna con lo zaino!
Eh, poi abbiamo ricevuto dei regali quando è nato,proprio per noi, quindi non lo so lo zaino, quello grosso, dove portarlo. Non ho mai usato il passeggino!
[Anna] – Non hai mai usato il passeggino?
[Elisa] – No!
[Anna] – Spiegami come si fa questa cosa! Perché ne ho viste di mamme che dicono “solo fascia”, però oggettivamente è un aiuto grosso il passeggino. Come hai fatto a farne a meno?
[Elisa] – Eh, io ti dico il contrario, invece, nel senso che per me il passeggino, ci ho provato perché ce ne hanno dato uno di amici, no? Il classico trio.
[Anna] – Sì!
[Elisa] – Che prima di capire cos’è il trio…
[Anna] – Quando entri in quel tunnel diventi un esperto!
[Elisa] – Esatto! E quindi, insomma, con questo passeggino, che non entrava nei locali. Apri la porta, chiudi la porta, ti devono aiutare le persone, ci metto 6 anni a fare la stessa cosa, chiudilo, caricalo in macchina. No, è impossibile!
Il marsupio e la fascia, tre secondi, zac, via.
[Anna] – E lui ci stava volentieri?
[Elisa] – Sì, tantissimo!
[Anna] – Dal giorno uno?
[Elisa] – Dal giorno uno! Dall’ospedale! Con le ostetriche che mi urlavano dietro, [anzi, NdR] non le ostetriche, scusami, le ostetriche erano felici. Le altre, magari, ausiliarie, dicevano:
“No, signora, ha appena partorito, non può andare in fascia, deve sempre portarlo nel carrellino”! Io dico, ‘sti lettini, che c’hanno ‘ste ruote così, di metallo, totton totton totton…
[Anna] – Che si sveglia poi!
[Elisa] – Capito? Eh no! Allora lo mettevo dentro la fascia, andavamo in giro per i corridoi e la fascia non mi ha mai abbandonato, sono andata dappertutto, ma anche a lavorare. Lui stava in fascia e dormiva con me, e io lavoravo! Ci sono video, testimonianze di questi momenti.
[Anna] – Ci credo, ci credo! È bellissima questa cosa perché poi si crea un contatto…Io ho un ricordo, anch’io bellissimo, delle mie bambine in fascia, però io penso anche al mal di schiena, banalmente!?
[Elisa] – Mi allenavo!
[Anna] – Ehhh! [annuisce, NdR]
[Elisa] – Questa è stata la cosa, di dire “attenzione!” Io devo subito! Dopo 40 giorni sono subito tornata ad allenarmi! E mi sono sempre allenata, quindi fortunatamente ho una schiena forte, quanto basta per, e poi ti alleni con lui!
Perché lui cresce di peso, gradualmente, quindi tu ti alleni sempre di più.
[Anna] – Come dei pesini! [fa il gesto del sollevamento, NdR]
[Elisa] – Esatto. E quindi, non so, siamo stati in Norvegia a fare trekking alle isole Lofoten, non avevamo il passeggino, non lo portiamo mai quando viaggiamo, da nessuna parte. Siamo andati a sciare con i nonni e anche i nonni usavano il marsupio.
[Anna] – Poveri nonni [ride, NdR] Vabbè spero che anche la loro schiena sia ok!
[Elisa] – Sì, sì, sì.
[Anna] – Meno male!
[Anna] – E l’hai portato invece – beh immagino di sì – nel tuo studio, durante le attività con gli altri bambini?
[Elisa] – Certo! Io ho lavorato fino, praticamente, al 19 di settembre, quindi lui ha sentito tutto quello che succede nel mio studio, dal grembo, e poi da [quando aveva] 1 mese ha iniziato a fare i nostri corsi, con me.
[Anna] – Avevi il target perfetto su cui testare tutti i tuoi corsi!
[Elisa] – Sì, sì! Ma già con Valeria, che ha tre figli, già avevamo fatto i test, quindi è stato “fortunato” Lorenzo perché è arrivato “già testato”. E quindi abbiamo fatto i primi mesi, con me, eh, poi ho ripreso a lavorare e quindi viene adesso, con mia sorella e con mia mamma, due volte a settimana. È stato all’inizio difficile, insomma, io sono in quella stanza, sto lavorando, suono il pianoforte, lui fa l’attività, come a dire “Ma come? La mia mamma è qua dentro, ma non è con me“.
[Anna] – Non sta facendo la mamma in questo.
[Elisa] – Sì, è stato difficile all’inizio e, però, adesso, lui quando passa… c’è questo “momento della marcia”, lui passa e mi fa sempre questo [mima l’espressione, NdR]. Tira fuori le labbra, come per dare un bacio – che non è un bacio, è un gesto che fa ridere, quindi io gli faccio così, lui mi fa così, ride come un pazzo e basta.
[Anna] – L’intesa tra voi!
[Elisa] – Sì, sì, sì. O l’occhiolino. C’è sempre quell’intesa. Ecco, c’è molta intesa tra me e mio figlio, no? Molto rispetto anche reciproco.
Parlare di disabilità ai bambini
[Anna] – Volevo invece chiederti com’è stato l’incontro con Mia, con la sorellona?
[Elisa] – È stato commovente, per tutti, nel senso che siamo andati a Sanremo, quindi c’erano anche i genitori di Andrea e lei, che è una bambina estremamente espressiva, era subito incuriosita, no, questo batuffolo!
[Anna] – Quanti anni ha? Quanti anni ha in più di [Lorenzo]?
[Elisa] – Ne fa nove, adesso [2026, NdR], ad aprile!
[Elisa] – Ed era incuriosita, quindi zompettava. Mia fortunatamente cammina e quindi zompettava verso di lui, tornava indietro, poi zompettava verso di lui. Ed è questo rapporto che, nella nostra fase è saltuario, perché non non si vedono tutti i giorni, non abbiamo una quotidianità, una routine. Però tutte le volte che siamo a Sanremo cerchiamo di essere sempre con Mia.
Adesso inizio a godermi questo rapporto, perché vedo che Lorenzo si rende conto che c’è qualcosa di “diverso” in Mia, perché ha smesso di passarle gli oggetti, non glieli passa più, “prendi”. Perché sa che non può, probabilmente.
[Elisa] – Non so cosa sappia, però manifesta questo. Eh, Mia viene imboccata e lui quando mangia porta sempre a Mia anche il suo cibo. E poi c’è questa immagine bellissima di Mia che è sul passeggino, con la mano così [pone il braccio sinistro con il pugno chiuso in avanti, NdR] e, visto che mio figlio adora dare il pugnetto, fist bump, spontaneamente andava da lei e le faceva il pugnetto!
[Anna] – Amore!
[Elisa] – E tante persone mi hanno detto… sai, magari “le malelingue”, quelle che non conosci abbastanza bene, che ti dicono “eh ma sei sicura, comunque in che situazione ti stai mettendo? Con una persona, comunque, che ha una relazione trascorsa, con una bambina, con un carico così grande, con una disabilità”.
[Elisa] – Io a questo non ho mai pensato, sinceramente. Cioè, proprio non mi è venuto il pensiero-coscienza. Quando mi veniva sottoposta a questa cosa, io ho sempre risposto: “Beh, sì, adesso che mi ci fai pensare, sì, è vero, ok, però pensiamo anche alla ricchezza per mio figlio!”
Mio figlio ha la possibilità, per quello che penso, di diventare un individuo migliore sulla Terra, grazie al rapporto continuativo con sua sorella e la sua disabilità. Che non vuol dire “un domani ti farai carico tu di tua sorella e quindi siamo tranquilli”, no. Vuol dire che lui sperimenta ogni giorno la difficoltà della disabilità. Vuol dire che lui dovrà pensare a delle strategie per entrare in contatto con la propria sorella, diverse dal linguaggio, diverse dal passare delle cose, diverse. E credo che questo rapporto possa davvero davvero renderlo un individuo gentile, un individuo sensibile.
[Elisa] – E questo lo porto anche spesso quando magari facciamo i corsi di formazione alle insegnanti, quando ci sono dei progetti di inclusione-integrazione, quando sembra che si fa un po’ un “regalo”, no, ai bambini con disabilità di “integrarli” nel percorso scolastico, è il contrario.
È proprio il contrario! Nel senso che il “dono” è stare a contatto con una fatica, con una disabilità, per vedere che cosa ti si muove dentro, no? Anche nel bambino, per vedere determinati gesti, per sapere quali sono i loro pensieri, per dirsi, osserviamo la diversità.
[Elisa] – Parlare della disabilità, anche con i bambini molto piccoli, è fondamentale. Io a mio figlio spiego, io gli dico, non so che cosa gli arrivi, però dico “Mia, lo sai che fa fatica, lo sai che non può afferrare gli oggetti”, te lo spiego tutte le volte, rinforzo questa cosa perché voglio che tu la capisca e tu riesca a discriminare la differenza tra te e lei, non perché tu sei migliore di lei, ma perché siete due individui diversi con caratteristiche diverse. Punto.
[Anna] – Se si potesse diffondere questa definizione di inclusione in modo un po’ più forte, io veramente penso che cambierebbe proprio il nostro approccio, perché quello che dici è molto vero. Quest’ottica del dono e non dell’inclusione, nel senso di “vedo la tua diversità, ma io invece no”. Ecco, sono parole che non siamo abituati a sentire e c’è bisogno di amplificarle! Quindi intanto grazie, perché questa cosa che hai detto secondo me è preziosissima e aiuta a rimettere tutto in prospettiva!
[Anna] – E, molte volte, aggiungo che queste parole mancano di più ai genitori e i bambini invece no, nel senso che la vivono molto più serenamente, molto senza i preconcetti, senza i pregiudizi che noi da adulti poi iniziamo ad accumulare.
[Elisa] – Sì!
[Anna] – Quindi è molto bella l’esperienza che sta facendo Lorenzo adesso.
[Elisa] – Sì, sì. Guarda questa cosa che dici è…anzi ti ringrazio. È vero, è verissimo! E faccio soltanto un flash su quello che succede nel mio lavoro, spesso. Il mio centro è un centro dove può approdare chiunque, qualsiasi bambino.
[Elisa] – Spesso ricevo la telefonata del «Buongiorno, sono interessata ai vostri corsi, ma mio figlio è autistico». Io dico sempre «In che senso “ma”? No, in che senso?», «Eh perché sa, magari è…». E io con totale semplicità spiego che il senso del nostro percorso non è integrazione, non è inclusione, è semplicemente dare uno spazio a dei bambini che possano stare bene, facilitati da un mezzo, che può essere la musica, il teatro, il circo, quello che vuoi.
[Elisa] – La mia “asticella” del puoi stare in un gruppo o non puoi stare in un gruppo è: tu come stai nel gruppo? E come sta il gruppo con te? Quindi se un bambino con tutte le sue caratteristiche – che poi possiamo etichettare con il DSM 4, 5, 6, 7, 10 …dove arriveremo, quindi: autistico, disturbo pervasivo, quello che vuoi.
Se tu con il tuo background arrivi e stai bene, perché non dovresti stare lì?
[Anna] – Certo e vale anche al contrario! Perché, mi dicevi, quando dico “faccio musico-terapia“ uno dice “Ah, no, ma io sono mica malata”.
[Elisa] – Io sono stata paziente di musicoterapia, ok? E, per ora, non ho nessuna patologia psichiatrica conclamata o di qualsiasi altro tipo, neanche fisica. Però sono stata paziente di musicoterapia con Lorenzo Orlandi. Ho fatto un percorso di un anno dove è stato per me, come dire, “sono uno chef e, prima di servire, assaggio”.
Sono una musicoterapeuta, prima di fare la musicoterapeuta lo voglio provare sulla mia pelle. Cosa vuol dire? Qual è l’impatto?
[Elisa] – Ho fatto un anno sdraiata sul pianoforte a coda, a godermi l’improvvisazione di Lorenzo!
[Anna] – Con le vibrazioni del pianoforte. Bellissimo, bellissimo.
Ascoltare Mozart in gravidanza è utile o no?
[Anna] – Ti faccio una domanda, facendo un po’ di salti indietro, sul tema della gravidanza. Perché, anche qui, c’è tutto un mondo che dice che è importante far ascoltare la musica già dal pancione, quanto questa cosa è vera e quanto è una bufala?
[Elisa] – Io rido perché al sesto mese di gravidanza ero al concerto dei Metallica.
[Anna] – Dei Metallica, bene. Uguale a Mozart, proprio!
[Elisa] – Esatto, il panorama è eclettico. Certo, il bambino, lo sai, dal terzo mese di gravidanza inizia a sentire. Sente ovattato, sente le voci, sente i rumori, gli ambienti, tutto quanto. Io ovviamente suonavo, lavoravo, ho sempre suonato, quindi lui, per osmosi, insomma, si è sentito tutta la musica. Ehm però, anche lì:
Non c’è una regola, nel senso che io ho sempre ascoltato la musica che piace a me, di tutto un po’, ed è quello che consiglio.
[Elisa] – Quando è nato Lorenzo, Cesare Cremonini aveva fatto uscire il suo singolo “Ora che non ho più te“. Cremonini mi deve una villa per gli ascolti che fa.
[Anna] – Per gli ascolti su Spotify!
[Elisa] – Penso che mi debba una villa! E, quindi, mi piaceva quella! E io, semplicemente, ho cercato e lo sto facendo ancora, grazie a Spotify, di capire quali canzoni a mio figlio piacciono e le metto in una playlist. Lui ha la sua playlist, che si chiama “Lorenzo”, che lui utilizza perché veramente spazia da qualsiasi cosa. Adesso è nel periodo Daft Punk.
[Anna] – Molto bravo, ottima scelta!
[Elisa] – Esatto, e poi quando facciamo i viaggi molto lunghi, perché spesso magari torniamo da Sanremo, andiamo a Sanremo e a volte sono da sola con lui. Io in questo viaggio di 3 ore e mezza. E facciamo questo gioco dove io riproduco brani, lui dice “No, no, no, no, no”. Oppure [fa un piccolo ghigno sorridente, NdR], che vuol dire sì.
[Anna] – Questo mi piace!
[Elisa] – Ascoltiamo, io metto in playlist, allora poi la riascoltiamo e facciamo tutta questa costruzione, no? Perché, anche lì, non penso che sia corretto, magari, per forza dire “Allora, Mozart è la cosa giusta per tutti i bambini”. No, non funziona così.
[Anna] – Bene, finalmente, no, esatto, lo dice un’esperta, quindi finalmente possiamo sdoganare questa cosa che noi dobbiamo ascoltare solo la musica classica per diventare intelligenti.
[Elisa] – No! Anche la musica classica!
Ma poi, soprattutto, devi ascoltarla conil tuo bambino. Non devi farla ascoltarealbambino!
[Elisa] – Nel senso che se tu sei con lui, balli, canti, gli fai vedere che ti piace, ti muovi, è certo che quello è un momento dove si sta bene. La musica serve a quello, crea una connessione. Non è che puoi pensare “Ah, io gli metto Mozart, intanto vado a farmi la doccia”.
[Anna] – Sì, sì, sì, certo!
Capire quando concludere l’allattamento
[Anna] – Ora che Lorenzo ha 16 mesi, vorrei farti una domanda sul tema dell’allattamento al seno, che stai proseguendo? Sei quasi alla fine?
[Elisa] – Sì, quasi alla fine!
[Anna] – Perché si parla tantissimo di come avviare un buon allattamento, di quanto è difficile, come evitare le ragadi, come organizzarsi al meglio per allattare, però nessuno parla di quanto può essere difficile concludere un allattamento al seno. Quali sensazioni si vivono, soprattutto sono sensazioni che si vivono in solitudine, quali sono gli ostacoli pratici che si possono affrontare, quindi volevo chiederti come sta andando questo percorso, se l’hai intrapreso.
[Elisa] – Sì. Allora il mio obiettivo è quello comunque di interrompere l’allattamento verso i 2 anni, entro i 2 anni, mese più mese meno. Adesso sono nella fase in cui sto mentalizzando la cosa. Cioè, fino a poco tempo fa stavo mentalizzando la cosa sollevando il problema, cioè “non ce la farò mai”. Questo è stato l’approccio.
Una parte di me [diceva, NdR], “Vabbè, ma se dovessi allattarlo fino a 18 anni, alla fine, che male c’è?”. Dall’altra parte no, invece giusto, bisogna, assolutamente, l’OMS dice… bla bla bla bla!
[Elisa] – E quindi soltanto aver sollevato il problema vuol dire che nella mia testa e nel mio cuore iniziavano a “muoversi pensieri”, cose, durante la notte mentre non ci pensavo veramente, così cosà. Non lo so se è un caso, ma proprio domenica, appena trascorsa, Lorenzo aveva un po’ di raffreddore e quindi attaccarlo al seno per addormentarsi non è che lo tranquillizzasse più di tanto, ma anzi era quasi peggio.
[Elisa] – Allora lì, in quel momento, gli ho detto “Senti Lorenzo, non è il momento di usare il seno, perché questa cosa non ti sta aiutando. Quindi la mamma è di fianco a te, siamo qui, proviamo a fare la nanna insieme”. E io ho provato per la prima volta a capire che cosa vuol dire stare di fianco a tuo figlio quando piange. Perché con l’allattamento è molto “semplice”: perché piange, lo attacchiamo, finito, non piange più. Per mio figlio è stato così.
[Elisa] – E quindi non ho mai avuto esperienze di tollerare il pianto, a parte quando vai dal pediatra, cose così. Ma proprio stare lì con lui, sapere di poter fare qualcosa e non farlo per scelta, mh. E poi lo capisci che ci sono tanti tipi di pianto, quindi quel pianto lì – che non è durato moltissimo, però un po’, e poi è andato a spizzichi e bocconi – non ha avuto un impatto su di me drammatico, della serie “Oh mio Dio, non so come fare”
[Anna] – “Adesso crollo”
[Elisa] – “Crollo, ok, va bene, ti do il seno, poi frustrazione, perché non riesco?”. Sono rimasta solida e continuavo a rimandargli questo “complimento”, che forse non è un complimento, però è la cosa che dico a mio figlio:
“Lorenzo, tu sei un bambino competente”
[Elisa] – Non lo so se è un bel complimento. Non “bravo”; no, “sei competente!”. Lui dirà: “Mia mamma mi diceva sempre che sono un bambino competente”. Evviva! Ce la puoi fare, la mamma è qua con te!
[Elisa] – Quasi “per magia” il pianto ha smesso, ha avuto altri episodi, quindi dei flussi. E, a un certo punto, poi gli ho raccontato la “storia di Lorenzo” perché tutte le sere per dormire gli racconto la storia di Lorenzo, cioè cosa ha fatto durante la giornata, che cosa lo aspetta al giorno dopo. E poi ho iniziato a cantargli una canzoncina – che era quella che cantava a nostra volta mia madre, a noi, me e mia sorella – e l’ho cantata una volta, mio figlio era di spalle, quando ho finito mi fa così [alza l’indice e rotea il dito, NdR]
[Anna] – Ancora? [Ridono, NdR]
[Elisa] – Ancora, ok.
[Anna] – Non mi sono ancora addormentato!
[Elisa] – Vai, vai, sta funzionando. Vai che sei sulla strada giusta. Io ho detto “è un genio!”. Allora gliel’ho ricantata, pian piano, la mano sulla schiena, così, poi si è addormentato e ho detto “non è morto”. Perfetto, può sopravvivere anche senza il seno!
[Elisa] – Ok, non lo inizio adesso questo percorso, perché non è il momento adatto. Di solito d’estate io e Andrea stiamo insieme per tre mesi, perché magari io lavoro di meno, quindi sto a Sanremo, stiamo molto più tempo insieme e il supporto del padre in questa fase è importantissimo. E poi sono più scarica di lavoro. Adesso non sarebbe il momento giusto. Poi lui comunque ha 16 mesi, abbiamo ancora un po’ di spazio. Però capire questa cosa, credimi, è stato come rispondere alle domande del “Vabbè, ma se l’ho allattato fino ai 18 anni che male c’è?” oppure del “No, dobbiamo fare”. Si è messo a posto un po’ questo pezzo.
[Elisa] – Quindi semplicemente, poi sempre grazie a Irene, perché il giorno dopo le ho mandato anch’io “un podcast”, di [messaggio, NdR] audio, dicendo “Guarda, ho fatto questo, è successo questo e questo, cosa ne pensi?”
La sua bellezza è che non ti dice mai “devi fare così”, cioè non c’è una checklist, ma c’è un bambino, c’è una madre, c’è una relazione: solo loro due sanno. Non la madre sa, loro due, si impastano, no?
[Elisa] – E quindi lei mi ha detto “Quello che mi stai dicendo è bellissimo, va benissimo” e poi mi ha dato semplicemente dei consigli tecnici, appunto, su: aspetta magari un momento in cui sei più scarica e ricordati che è importante che ci sia Andrea. Fatto sta che ieri sera l’ha addormentato Andrea.
[Anna] – Magia!
[Elisa] – Sì, però prima l’avevo allattato comunque, eh?
[Anna] – Ok, però, pian pianino, gli ingredienti sono tutti lì, si tratta poi di metterli in fila. Pian piano! Perché non dev’essere neanche una cosa drastica, dall’oggi al domani. E dev’essere un percorso di entrambi, come giustamente sottolinei.
[Elisa] – Sì. E adesso ho in mente di dirglielo, di rimandargli sempre questa cosa, del dire “Guarda che questa cosa ha una fine”. Anche perché, insomma, è importante.
Per un bambino abbandonarsi al sonno è un po’ come “morire”.
[Anna] – È un momento delicatissimo.
[Elisa] – Perché perdi il contatto col mondo, come noi adulti. Infatti quanti disturbi del sonno ci sono? E ti puoi abbandonare al sonno solo quando sai di potercela fare. Perché il seno è un po’ quella coccola che ti conduce via, no? E poi ti abbandoni, perché il succhiare e tutto ti rilassa e poi ti addormenti. Invece addormentarsi consapevolmente, senza piangere, con lì il genitore, però da soli, senza il ciuccio (perché non ha preso il ciuccio, purtroppo) e senza il seno, vuole dire “io so che posso fidarmi”.
[Anna] – Esatto. “Sono in un ambiente sicuro”. Allora, intanto ti auguro in bocca al lupo per questo fine percorso.
[Elisa] – Grazie!
Poco a poco
[Anna] – E ti faccio un’ultima domanda!
[Elisa] – Sì!
[Anna] – Se tu potessi rivolgerti alla te del passato, prima quindi di intraprendere questa gravidanza, parto e post, cosa le diresti per vivere al meglio tutto quello che succede dopo, con l’arrivo di un figlio?
[Elisa] – Forse mi direi “sei bella, sei competente, non avere paura e fai poco a poco”, come si dice in musica, no? Il crescendo poco a poco.
Non è un forte improvviso, è un percorso poco a poco.
[Anna] – Grazie, Elisa!
[Elisa] – Grazie a te, Anna!
[Anna] – Grazie mille!
Credits
“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace prodotto da Nidi Fioriti, un’iniziativa che coltiva l’alleanza tra scuola, famiglia e territorio.
Musiche © Pablo Sepulveda Godoy
Produzione video © Andrea Sanna