Grembo: “Partire prima, partire meglio” con Giorgia Chiarello

Vi do il benvenuto su Grembo, racconti di latte (ep. 32)

Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo, racconti di latte – una serie speciale di episodi dedicati all’allattamento.

Si dice spesso che l’allattamento sia la cosa più naturale del mondo e, in effetti, il latte materno è un nutrimento straordinario: sempre pronto. alla giusta temperatura, sostenibile, e fatto su misura per il nostro bambino o la nostra bambina.

Nella nostra cultura abbiamo davanti agli occhi immagini di allattamento fin dall’antico Egitto, quando la dea Iside veniva raffigurata mentre nutriva il figlio Horus. Eppure allattare non è affatto scontato.

Naturale non significa sempre facile.

Avviare un allattamento sereno può essere una sfida. Ci sono ostacoli, dubbi, momenti di fatica, ma come in ogni passaggio delicato della vita, ciò che fa la differenza è il sostegno che riceviamo, quello che ci aiuta a trovare una posizione più comoda, uno spazio sicuro, una parola gentile.

Per questo vogliamo raccontarvi le storie di latte. Ascolteremo voci di mamme che condivideranno la loro esperienza con tutte le sfumature che portano con sé. Lo faremo insieme ad un’ostetrica e consulente dell’allattamento, Arianna Ciucci, che ci offrirà la sua prospettiva di esperta. Arianna è anche autrice del libro “La buona nascita”, edito da San Paolo, e lavora nell’associazione Gepo.

Certo, Iside era una dea, ma anche noi non siamo da meno. Avere accanto qualcuno che ci accompagna, ci ascolta e ci informa può davvero fare la differenza per vivere questa esperienza in modo più consapevole e soprattutto più nostro. Buon ascolto!

Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.

“Grembo, racconti di latte”, supported by Inglesina

Prima di lasciarvi all’ascolto di questo episodio, vorrei dedicare un momento a parlare del brand che ha reso possibile questa produzione, Inglesina.

C’è qualcosa di profondamente misterioso nel momento in cui un bambino arriva al mondo. È la vita che si rivela in uno sguardo nuovo che incontra il nostro per la prima volta. Quello sguardo è prezioso e nasconde un’emozione che ci fa sentire parte di qualcosa di più grande.

Quello sguardo lo conosce bene Inglesina, che dal 1963 accompagna le famiglie in questa trasformazione. Ogni prodotto che crea nasce dall’attenzione, dallo studio, dalla comprensione profonda dei bisogni di chi nasce e di chi accoglie, perché Inglesina sa quanto sia importante il benessere dei più piccoli e avere gli strumenti giusti per affrontare questo viaggio con consapevolezza, sicurezza e fiducia.

Credo fermamente, come Inglesina, che prendersi cura dei più piccoli significhi prendersi cura del futuro. Sosteniamo le mamme, i papà, le famiglie, perché ogni bambino che nasce porta con sé lo spettacolo della vita. 

E ora lasciamoci sorprendere dalle storie di Grembo. Buon ascolto!

Introduzione

Giorgia Chiarello è una mamma che, ancora prima di avere suo figlio tra le braccia, aveva già iniziato a cercare risposte. Perché, come ci ha ricordato Arianna, la preparazione fa la differenza. Anche perché l’allattamento inizia due minuti dopo il parto, non dopo giorni, non con calma, subito. Eppure anche quando ci si prepara restano molte, forse troppe, zone d’ombra. Ci si ritrova a fare i conti con parole nuove e concrete: “ragadi”, “montata lattea”, “paracapezzoli”. Parole che, prima le conosciamo, prima ci permettono di trovare il nostro spazio, il nostro modo, dentro il mondo dell’allattamento.

Con Arianna abbiamo sottolineato un aspetto che vale la pena ripetere sempre: se c’è dolore non è normale. il corpo ce lo dice, ci manda un segnale invece di ignorarlo, stringere i denti o colpevolizzarci, possiamo fermarci, ascoltarlo, capire cosa non sta funzionando e, soprattutto, chiedere aiuto.

Giorgia ha raccontato delle difficoltà iniziali, ma anche delle scoperte che arrivano nel tempo. Come quando si capisce che il seno non è l’unica risposta a ogni pianto e che anche la madre può dire la sua; trovare strumenti, voce, presenza. 

Ci ha regalato un’immagine memorabile di poppate in mezzo alla neve, lei, il suo bambino e nient’altro. Ci ha raccontato di una fase in cui l’allattamento restituisce forza fisica ed emotiva, un benessere profondo, reale e un sacco di ossitocina, l’ormone dell’amore

Perché l’allattamento non è solo nutrizione, è relazione. Una relazione tra due corpi che si incontrano, si ascoltano, si rispettano.

È stata una conversazione densa, intima, fatta di parole ma anche di pause. Le “storie di latte” di Giorgia con i suoi Ettore e Pietro sono state uniche, come uniche e irripetibili sono le storie di ognuna di noi. E proprio per questo non serve rincorrere modelli ideali, lontani dalla realtà. Come ci ha ricordato l’ostetrica Arianna, lavoriamo di squadra, facciamo entrare a gamba tesa i nostri partner nel percorso della nascita e dell’allattamento. Perché la navigazione sia condivisa e perché nessuna debba sentirsi sola.

Intervista a Giorgia Chiarello

[Anna] – Ciao Giorgia!

[Giorgia] – Ciao!

[Anna] – Benvenuta al microfono di Grembo. Sono molto contenta di averti qui e, in particolare, in questo episodio dedicato alla tua storia di allattamento. Parleremo, infatti, della tua storia e lo faremo in compagnia di Arianna Ciucci, che è ostetrica e che ci darà il suo parere di esperta.

[Anna] – Per iniziare ti chiedo di presentarti, dirmi: chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia?

[Giorgia] – Beh, intanto grazie per questa possibilità! Grazie, e grazie anche ad Arianna! Allora, io sono Giorgia, sono di Vicenza, quindi sono veneta, come lavoro faccio l’osteopata nell’ambito materno infantile e sono anche consulente IBCLC, quindi entro un po’ nel campo. Ho due bambini, Ettore e Pietro, quindi siamo in quattro in tutto. Abbiamo anche due tartarughe, che sono “le figlie” di mio marito, in realtà, che ama queste tartarughe. Quindi sono molto contenta di poter portare la mia esperienza in quanto mamma, e spero che possa aiutare, insomma.

[Anna] – Sicuramente sarà di grande aiuto! E partiamo, partiamo subito dritti sul tema, perché quando si scopre di essere in attesa, spesso l’attenzione della futura mamma va sulla gravidanza, sul parto e quindi alla preparazione di questi due, diciamo, “avvenimenti”. L’allattamento è sicuramente un capitolo importante, ma nel corso di queste interviste che faccio su Grembo, mi è capitato, mi sono resa conto che molte donne arrivano al tema dell’allattamento solo magari dopo o quando hanno dei problemi da risolvere – tipo, non so, l’attaccamento, la montata latte, eccetera. Volevo chiederti, com’è stato per te? Ti sei preparata o ti sei domandata se avresti voluto allattare?

[Giorgia] – Ciao! Allora sì, la mia prima gravidanza risale a 8 anni fa, quindi 8 anni fa sicuramente non avevo le competenze di adesso, non sapevo nulla. Quindi ho fatto un corso preparto – che fanno bene o male un po’ tutti – dove è stato affrontato, marginalmente direi, il tempo dell’allattamento. Io volevo fortemente allattare, come spinta, era una cosa sicuramente che avrei voluto provare, ma non avevo la minima idea di cosa voleva dire, poi, in effetti, ritrovarsi ad allattare. Sono arrivata, quindi, diciamo, con delle informazioni veramente che adesso in tutti i corsi preparto, bene o male, vengono dette. Solo che, appunto, secondo me, manca proprio una parte più soggettiva anche di come sei tu, di come affronti tu quell’esperienza lì, soprattutto nei giorni a venire – perché insomma, bene o male, è abbastanza risaputo che c’è una parte iniziale dove c’è il colostro che poi arriva il latte – ma questo meccanismo sembra magico, sembra una cosa immediata, non è così!

[Anna] – Spoiler, non è così!

[Giorgia] – Esatto, assolutamente. Preparazione sì, ma niente di specifico, diciamo. 

Come prepararsi all’allattamento, con Arianna Ciucci

[Anna] – Secondo te, Arianna, in pratica, in che cosa consiste una preparazione efficace? Cosa può aiutare davvero una donna, per prepararsi all’allattamento?

[Arianna] – Allora, faccio prima un excursus storico, okay? Nel 1989 sono stati redatti quelli che vengono chiamati «i 10 passi per un buon allattamento». Questi dieci passi poi sono stati appunto ripresi da OMS e Unicef e sono quel cammino che portano gli ospedali e le comunità a diventare “amiche del bambino”, ovvero con lo scopo di sostenere e proteggere e promuovere l’allattamento, in quanto tema di salute pubblica. Quindi si parte dal concetto che “allattare è un percorso di salute” e quindi, tendenzialmente, bisognerebbe ritrovare una comunità che accompagna in questo percorso che – come ha detto Giorgia – non è semplicissimo. Bene, la preparazione fa la differenza.

[Arianna] – In questi “10 passi” – stiamo parlando del 1989 – il terzo passo ci dice che tutte le donne, le coppie in gravidanza, dovrebbero essere informate su: i benefici dell’allattamento, le tecniche, il come si produce il latte, qual sono le reti di sostegno per far sì che questo avvenga. Ci invita proprio a sbilanciarci su quello che è la preparazione, perché questa preparazione fa la differenza, però, come deve essere? A mio parere non deve essere relegata solo ed esclusivamente a una “lezioncina” di un corso di accompagnamento alla nascita.

[Arianna] – Soprattutto, in quella lezioncina, anche se ci fosse, deve essere un po’ sottolineata alla coppia (e dico coppia perché non è una lezione solo per le mamme, ma è un affare di famiglia l’allattamento, e i papà, i partner, devono essere lì) l’importanza di prepararsi, in anticipo! Spesso e volentieri c’è proprio questa cosa durante il corso: mi concentro sul parto, sul travaglio e all’allattamento “ci penserò”. No! È una cosa che inizia due minuti dopo che il tuo bambino è tra le tue braccia, quindi che inizia immediatamente. Perciò lo devi conoscere, masticare, avere un’idea su quello che vorrai fare nell’immediato. Non è un qualcosa da prendere in mano con “calma”, okay? Ma già avere delle idee.

[Arianna] – Un’altra cosa che ci dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità è che questa preparazione sarebbe bello averla in più step, quindi, durante quelli che sono i bilanci di salute in gravidanza, con il proprio ginecologo e la propria ostetrica, dovrebbe essere affrontato il tema dell’allattamento, non sotto il punto di vista decisionale (“cosa vuoi fare?”), ma “lo conosci? cerchiamo di capirlo? seguirai determinati incontri dove te lo spiegheranno?”. Altra cosa fondamentale, questi incontri devono essere precoci, prima della 34° settimana. Uno dice, perché questa cosa? Perché sappiamo che il cervello della mamma durante la gravidanza si modifica e ha bisogno: numero 1, di un tempo di metabolizzazione di quelle che sono le nozioni, proprio di un tempo “buono” a livello mentale  per fare propri i contenuti. 

Quindi direi: in coppia, non in un singolo incontro, precocità nel dare le informazioni e, se possibile, vedere altre donne che allattano. Questa è la chiave del “successo”, a mio parere, perché ti porta su un piano pratico tutto ciò che è molto teorico.

[Anna] – Assolutamente. Infatti, la comunità, il villaggio che serve per educare, che ricerchiamo e che vogliamo costruire, si inizia a coltivare già in questa fase di vita. È  interessante che questi passi per l’allattamento siano stati fatti nel 1989. Ho come la sensazione che ancora hanno bisogno di essere un po’ implementati, vero?

[Arianna] – Assolutamente, assolutamente.

Il primo parto dolce di Giorgia Chiarello

[Anna] – Torno da te, Giorgia. Adesso ritorniamo sulla tua storia, prima di arrivare, appunto, al secondo minuto dopo il parto in cui bisogna affrontare l’allattamento. Ti volevo chiedere, com’è andato il parto in sé? La gravidanza e il parto?

[Giorgia] – La gravidanza è stata una gravidanza fisiologica, non ho avuto nessuna problematica. Il primo parto lo definirei “dolce”, molto dolce. È molto strano da definire dolce, ma vi spiego un pochino il perché. Io ho rotto il sacco, una rottura – poi magari Arianna andrà nei dettagli – a casa, quindi ho cercato di aspettare, perché appunto ti dicono che un pochino lo puoi aspettare (non troppo) quando c’è sacco. Avevo già delle contrazioni abbastanza importanti, a mio avviso. Quando sono arrivata sono stata visitata e non ero dilatata, però mi hanno ricoverato e lì devo dire che mi è sceso un po’ tutto perché ho detto “no, non è possibile, io con questo dolore non ci arrivo”. 

[Giorgia] –  In realtà, mi hanno ricoverato e dovevano mandare a casa mio marito. Questo è un piccolo aneddoto che spoilero. Nell’ospedale dove ho partorito, a Vicenza, c’è un acquario abbastanza grande, quindi ho detto a mio marito «Nasconditi dietro!».

[Anna] – In mezzo ai pesci! [ridono, ndr]

[Giorgia] –  Sì, dietro, «che io tanto faccio su e giù e nessuno ti vede!». E a me questa cosa mi ha dato davvero una forza… prima [Arianna] parlavi del compagno, e per me infatti era fondamentale. Ho continuato a camminare, ho continuato a muovermi e, fortunatamente, ho trovato un “angelo ostetrico” che mi ha vista e mi ha detto «Ma, insomma, stai male? Cioè, come fai a stare così e a non essere dilatata?». In realtà poi mi ha visitata e mi ha detto che c’era una dilatazione, probabilmente nel tempo che era passato sono riuscita a dilatare, sono arrivata a 4-5cm. E mi fa «Guarda, se vuoi, possiamo fare l’epidurale». La famosa epidurale. Io ero partita con l’idea che non volevo farla, perché comunque sono una donna sportiva che “ci tiene”; e gli ho detto «no, non ce la posso fare, ho bisogno di un aiuto». E qui arriva la parte dolce, perché c’era un’ostetrica studentessa che era all’ultimo parto

[Arianna] – L’ultimo parto dei famosi che bisogna portare al momento della laurea!

[Giorgia] – Esatto, lei mi ha detto «guarda tu sei il mio ultimo parto», e io «cosa vuol dire? Cioè, positivo, o no?». In realtà, lei è stata lì tutto il tempo, molto dolce, con delle parole dolcissime, con l’olietto, proprio per andare a curarmi, diciamo, il perineo. Ed è stato veramente dolce. Anche la fase di spinta, che poi è arrivata – ovviamente arriva con l’epidurale, magari, in modo meno impetuoso (rispetto al secondo parto) – io l’ho vissuta veramente bene. Quindi, quando è uscito, a parte questa sensazione di quando hai in mano, diciamo, “la cosa più preziosa” per te, in quel momento, io ancora conservo il ricordo proprio tattile di quel momento. Quando l’ho visto e ho detto “non ci posso credere”. Da lì basta, mi è sbocciato, immediatamente, proprio un amore viscerale. So che non per tutte è così, però per me lo è stato proprio subito. E lì ci sono state le famose “prime ore”, in cui ho detto “attaccati, fai di me ciò che vuoi”. Insomma, sostanzialmente è stato così. E poi è partita un po’ la nostra avventura, il nostro viaggio di allattamento.

Il momento del primo allattamento

[Anna] – Okay, e raccontami, quindi, di Ettore, ce l’hai tra le tue braccia, sei in sala parto, il marito è uscito dall’acquario… 

[Giorgia] – Sì esatto, sì, il marito è arrivato, [Ettore] è stato dato in braccio a mio marito, mentre a me stavano dando qualche punto. Poi ci hanno messo in una stanzina, dove io ero sdraiata, e mi hanno attaccato Ettore. Io ho detto «okay, funziona» e, nella mia testa, era proprio fondamentale questa ora, sapevo che era importantissima. Poi l’hanno portato a cambiarsi, han fatto il bagnetto eccetera. Invece, quando ha iniziato a svegliarsi, appunto, quello che c’era stato detto al corso pre-parto era di attaccarlo molto spesso perché doveva mangiare questo colostro, ed è ciò che ho fatto. Un po’ con la posizione classica, una posizione, perché non è che al corso ce l’avevano fatto vedere, neanche a livello pratico, neanche con una bambola, cioè io non avevo provato questo tipo di posizione, quindi vado in modo un po’ istintivo e, circa penso 4 o 5 ore dopo, io avevo già delle ragadi – che poi magari Arianna ci spiega bene. Avevo malissimo, e questa cosa non era stata menzionata al corso.

[Anna] – Non l’avevano mai spiegato? Né cos’è né come si cura? 

[Giorgia] – Niente! Nel corso era comunque emerso che l’allattamento è una cosa naturalissima, che è un viaggio bellissimo, che è importantissimo farlo, però…

Che cosa sono le ragadi?

[Anna] – Arianna, dacci una definizione, intanto, di «ragadi».

[Arianna] – Allora le ragadi sono dei tagli, delle abrasioni che creano, logicamente, un grandissimo dolore. Due cose a mio parere da portarsi a casa molto importanti.

Le ragadi avvengono fondamentalmente perché c’è un qualcosa in quell’attacco che non sta funzionando.

[Arianna] – Può essere proprio un posizionamento scorretto, un qualcosa a livello della bocca del bambino che non va, c’è una restrizione, quindi questo bambino non riesce a poppare come dovrebbe, non ha questa lingua “performante” sin da subito. Tendenzialmente avvengono perché c’è un qualcosa che non sta funzionando. Quando non funziona qualcosa, però, nel nostro corpo, c’è sempre un segnale che è il dolore

[Arianna] – A parte l’intensità della doglia, che è un’altro tipo di dolore, che è l’unico dolore che, in realtà, ci sta dicendo che qualcosa sta andando, okay? Quando nel corpo c’è dolore è perché qualcosa non sta andando e il corpo ti manda un segnale che ti dice «proteggiti, attenta». Purtroppo viviamo in una cultura dove dicono «stringi i denti, è normale», no! Se c’è dolore non è normale. Quel bambino va staccato, va chiesto aiuto, va capito che cosa non sta funzionando.

[Arianna] – E l’altra cosa che mi vien da dire, che è ancora un qualcosa da abbattere in questo periodo, è che se una donna ha il desiderio di allattare e sta vivendo una situazione dolorosa, come in tutte le situazioni di dolore, la si aiuta con gli antidolorifici. Anche qui altro passaggio culturale dello stringi i denti, dell’anormale e del “non si possono assumere farmaci in allattamento”. Invece no, se quello è il percorso, troviamo insieme la strada, per te, percorribile. Aiutandoti come si può.

Chiedere aiuto

[Anna] – E, [Giorgia], com’è andata? Intanto, queste ragadi, che non ti avevano spiegato cos’erano, quando le hai viste? Oppure te le hanno viste e ti hanno detto “attenzione, sono arrivate le ragadi”. Come l’hai scoperto?

[Giorgia] – Diciamo che io ho guardato il capezzolo e ho visto che avevo proprio dei tagli, come diceva Arianna, ma erano proprio abrasioni, erano molto pesanti, cioè non erano proprio leggere. E fa male, cioè, una ragade fa veramente male, non puoi dire “stringi i denti”, fa male. Ti porta proprio anche a dire «no, non attaccarti, ma vai via da me». Quindi, ovviamente sì, ho chiesto aiuto. 

[Giorgia] – In quel caso io, ad esempio, altra cosa che non sapevo, non avevo un capezzolo “fantastico”, okay? Nel senso che non era molto estruso, non fuoriusciva tantissimo.

Quindi poi, posto che il bambino magari non si attacca proprio lì, però comunque io non avevo grande confidenza, mettiamola, con il mio seno e ho chiesto aiuto. E l’aiuto che mi è stato dato è stato «toh, paracapezzolo». 

[Anna] – Subito?

[Giorgia] – Non è stato guardato l’attacco, non è stato guardato il bambino. Han detto «questo risolverà i tuoi problemi». 

[Anna] – E che cos’è un paracapezzlo?

[Giorgia] – Esatto!

[Anna] – Perché ricordo, nella mia storia di mamma, che la prima volta che ho sentito questa parola – e forse me l’ha detta proprio Arianna – mi sembrava di essere entrata in uno “sport da combattimento”.

[Giorgia] – Eh, un po’ sì!

[Anna] – Fa un po’ paura come parola. 

Che cosa sono i paracapezzoli e quando si usano

[Anna] – [Arianna] vorrei chiederti, per chi sta ascoltando e, per la prima volta, sente questa parola [paracapezzoli], questo strumento, che cos’è? Cosa sono i paracapezzoli? E soprattutto, servono davvero? Poi torniamo alla storia di Giorgia, ovviamente.

[Arianna] – Allora i paracapezzoli possiamo definirli delle protesi, tanto per capirci. Sono di un materiale plastico, di silicone, tendenzialmente, e si applicano sul capezzolo. Ricreano, appunto, la forma molto più accentuata di quello che è il nostro capezzolo e si appoggiano sul capezzolo, in realtà, con delle tecniche, delle manovre, particolari – che non è il momento di starle a spiegare. Va applicato sul capezzolo in modo tale che, tendenzialmente, il bimbo abbia una maggior facilità di attacco

[Arianna] – I paracapezzoli ci sono da sempre nella storia, sono stati inventati un sacco di tempo fa ed erano di osso, sono stati inventati di osso, di piombo a un certo punto – poi si è scoperto che forse era meglio non mettere in bocca del bambino il piombo o il vetro eccetera – sempre più o meno con questa stessa forma, che assomiglia un po’ a una tettarella di un biberon, tanto per capirci. 

[Arianna] – Hanno delle utilità? Talvolta. Non di certo vanno “spalmati” come un po’ sta avvenendo in questo periodo. È un po’ come ci ha raccontato Giorgia stessa: ragade→paracapezzolo. No, “ragade→perché?” mi viene da dire. È diverso il passaggio. Vengono molto utilizzati quando ci sono i capezzoli introflessi, e quindi questi capezzoli che non protrudono, anche se il bambino, in realtà, non si deve attaccare sul capezzolo ma si deve attaccare sull’areola. Quindi va spiegata questa cosa!

Il capezzolo è soltanto, diciamo, una forma di repere per il bambino, che lo orienta su dove andare. Oltre a dargli una stimolazione sul palato, per fargli iniziare la suzione. 

[Arianna] – Comunque possono essere utili, talvolta, in questi capezzoli particolarmente introflessi, ma l’utilità maggiore in realtà la ritrovano nei bambini nati pretermine. Nei bambini di bassi pesi, perché questi bimbi fanno fatica a mantenere quella che è la stabilizzazione del capezzolo all’interno della bocca, perché mancano proprio di struttura orale, fondamentalmente. Mancano di queste cose, che sono “quelle guanciotte belle cicciottine” di un bambino nato a termine, che stabilizzano il capezzolo all’interno della bocca e permettono, tramite un sottovuoto, la fuoriuscita del latte. Quindi, nei bimbi di basso peso, nei bimbi prematuri, possono essere un grande aiuto.

[Arianna] – In un momento di avvio dell’allattamento [i paracapezzoli] possono essere un grande interferente. Perché? Perché il colostro è molto denso, il bambino per riuscire ad estrarre il colostro con anche il paracapezzolo deve lavorare tantissimo, e se il bambino fa fatica, come tutti gli esseri umani, dopo un po’ smette, okay? Oltretutto, ottenere un buon attacco con un paracapezzolo è più complesso. Perché? Perché il bambino, oltre al capezzolo della mamma, oltre a una parte di areola, deve trovare uno spazio all’interno della sua bocca anche di questo strumento che oggettivamente, per chi lo conosce, è ingombrante. Quindi, utilizzati un po’ nei casi specifici, quando servono, oggettivamente, applicati bene e, appena possibile, farsi aiutare per toglierli.

[Anna] – Grazie per questi chiarimenti!

L’esperienza con il paracapezzolo

[Anna] – Quindi, Giorgia, fatta questa premessa, come è andata?

[Giorgia] – Mi hanno dato questo paracapezzolo, senza misura, niente, cioè a caso, così! E, nuovamente, quindi ho attaccato. Noi abbiamo avuto in realtà un po’ “fortuna”, l’attacco è andato abbastanza bene, anche se io sono andata a casa che ancora non era arrivata la famosa “montata lattea” e anche su questo ci tengo un pochino a dire un po’ la mia esperienza da mamma. Perché al corso ti dicono che arriva questa montata, che arriverà questo seno duro, ma [un conto è] quando ti dicono questa cosa, [un conto invece è] quando tu lo percepisci. 

Arrivi a casa, sei comunque stanca, comunque hai dei punti, hai comunque questo bimbo che piange e devi gestirlo, e arriva questa montata, hai veramente questo seno che è marmo e magari perdi latte ovunque, cioè veramente ti senti di dire “ma cosa ho fatto di male in questa vita?”. 

[Giorgia] – Cioè troviamo una soluzione! Poi la maggior parte, appunto, dice di tenere il seno molto libero, quindi tu veramente “sgrondi” latte ovunque. Ero abbastanza in difficoltà e ho chiamato aiuto. Ho chiesto aiuto a un’ostetrica – “Santa ostetrica” – che è uscita e mi ha dato un po’ di dritte, soprattutto sull’utilizzo del paracapezzolo. Devo dire che siamo stati fortunati, facciamo parte di quella piccola percentuale dove il paracapezzolo non ha inciso più di tanto sull’avvio poi, e questo ci ha permesso piano piano di smetterlo un po’ alla volta.

[Giorgia] – Devo dire anche che ci ho sempre provato, non è che mi sono accontentata. Ho detto, okay, c’è il paracapezzolo, diciamo che la ragade, piano piano, si è risolta, è guarita. Finalmente non avevo più dolore, quindi iniziavo a vedere un po’ di luce. Effettivamente questa montata lattea, come dicevano, dura 24-48 ore, quindi non è che stai una vita a sgrondare latte però, bene o male, ci vuole un po’ prima che si calibri la situazione. 

Ed Ettore era comunque un bimbo molto pacifico, cioè era molto tranquillo, mangiava, dormiva, era veramente sereno. In questo però devo dire che c’era proprio un ambiente familiare, quindi c’era anche il mio compagno che era, veramente, tanto presente.

[Giorgia] – Quindi [il mio compagno] mi aiutava, mi diceva “vai a farti la doccia, te lo tengo io”, “sei stanca, guarda che lo cambio io, mi vado a fare una passeggiata”, “come è stata la tua giornata?”. Era veramente tanto presente e questo, secondo me, ha fatto veramente la differenza.

[Anna] – Fondamentale!

[Giorgia] – E quando siamo andati a togliere il paracapezzolo, io l’ho fatto, in realtà, allora, ci provavo, però avevo sempre un po’ “boh non lo so”, “dopo cosa succede? se mi fa male?” no, preferisco tenerlo. Quello che ha dato il via al tutto è stata una notte – perché le madri di notte fanno di tutto. Io mi ricordo ancora che ero proprio in questa poltrona, per l’allattamento, in camera, e mi ero dimenticata il paracapezzolo in cucina. Erano tipo le 3 di notte. 

[Arianna] – E non avevi voglia di alzarti?

[Anna] – Diventa troppo lontana la cucina!

[Giorgia] – No, esatto, della serie “io non ce la posso fare”! Quindi dico, dai, ascolta, dai, ti prego, attaccati. E si è attaccato! 

[Anna] – Ha capito! Bravo Ettore!

[Giorgia] – Bravo! E quindi siamo partiti con un seno, intanto, e poi piano piano siamo arrivati all’altro. Insomma, c’è stato comunque un mesetto, eh! 

[Anna] – Per toglierlo [il paracapezzolo]?

[Giorgia] – Sì!

«Anch’io potevo dire la mia»: godersi l’allattamento

[Anna] – E a livello, invece, di orari, intanto. Avevi deciso come avresti voluto allattare? Tipo, senza orari o senza regole?

[Giorgia] – Allora, sempre basandomi sul corso preparto, mi era stato detto che l’allattamento era totalmente a richiesta del bambino. E quindi io sono stata totalmente a richiesta di lui; era proprio “fai di me ciò che vuoi”. 

[Anna] – Impegnativo? 

[Giorgia] – Sì, diciamo che su questo potremmo aprire capitoli. Diciamo che è andata benissimo, soprattutto all’inizio, per avere una buona produzione. Dopodiché a me non era passato ben chiaro il messaggio che anch’io potevo dire la mia su questo, no? Cioè, nel senso, piange, ha fame, ha sonno, allora “è seno”, qualsiasi cosa era seno. E per me è stato un po’ così con lui, un po’ tutto l’allattamento. Dopo ho capito che in realtà non era proprio così, cioè che si potevano avere, ci potevano essere anche altri strumenti; però a me era passato questo messaggio, e questo è stato un po’ il prosieguo. 

[Anna] – Infatti volevo proprio focalizzarmi su questo momento di svolta, perché una delle cose che più mi colpisce dell’allattamento è anche la sua evoluzione. Queste fasi che stiamo raccontando sono molto diverse le une dalle altre. Ti va di raccontarmi se c’è stato per te proprio un momento topico di svolta in cui hai lasciato indietro la fatica e hai iniziato anche a goderti, un po’, questo momento dell’allattamento? 

[Giorgia] – Sì, guarda, una volta finiti i primi due mesi e mezzo, direi così, è partito un momento bellissimo per me. Dai 3 fino ai 7 mesi – poi c’è stato un altro cambiamento di cui ti dirò – è stato un momento bellissimo.

Potevo andare ovunque, non avevo bisogno di niente. Bastavo io. Mi ricordo delle poppate incredibili in mezzo alla neve, siamo andati a ciaspolare, e cioè, era bellissimo.

[Giorgia] – E poi l’allattamento, in questa fase qua, porta talmente anche un benessere comunque alla mamma, cioè libera comunque un’ossitocina reale, cioè stai proprio bene, che che ti riempie, proprio riempitivo. E questa secondo me è stata una fase bellissima, quando riesci, diciamo, a scavallare la prima parte, poi a godertelo così…sì! Perché comunque aveva trovato una sua regolarità, salvo alcuni momenti che ci sono, i famosi momenti in cui magari sono più richiestivi.

Un secondo momento critico, dopo i 7 mesi

[Giorgia] – Il momento più critico è stato proprio diciamo dai 7 mesi in poi, un po’ perché avevo tanti dubbi con lo svezzamento. Poi, sai, c’è sempre la mamma che dice “no, ma guarda, devi togliere la poppata, sennò non mangia”. E anche lì avevo seguito quello che mi dicevano, della serie “sarà tutto naturale”, boh, proviamo! Solo che io avevo connesso tantissimo il sonno anche all’allattamento, cioè era proprio un link, e quindi dai 7 mesi ai 10 i risvegli notturni erano infiniti, erano veramente tanti! Però questo era il mio modo, diciamo, di addormentamento, quindi lo attaccavo al seno, non c’era niente in realtà per me di sbagliato, cioè era così, è l’allattamento a richiesta, deve essere così, e quindi io ho vissuto questo. Però è questo che, secondo me, mi ha un po’ appesantito, mi ha fatto arrivare a dire «Okay, basta».

[Anna] – “Ci fermiamo”.

[Giorgia] – Sì, all’anno, più o meno.

Allattamento e addormentamento: due consigli

[Anna] – Su tema della nanna e della notte – perché questo è un tema critico – adesso chiedo subito a Arianna dei consigli.

[Giorgia] – Sì, sono proprio curiosa!

[Anna] – Qua prendiamo appunti perché, effettivamente, una attacca al seno per dire “Okay, adesso dormi, ci addormentiamo” eccetera; però poi alla lunga può essere molto faticoso. Quindi, dacci anche due dritte per liberarci da questo circolo!

[Arianna] – Allora, prima delle due dritte, faccio un’osservazione, appunto, su quello che ha detto Giorgia; questa cosa della “richiesta”. 

Sicuramente la richiesta è il motore – l’hai detto tu stessa – dell’allattamento. Non si può pensare all’inizio di dare un po’ una tempistica, degli orari, eccetera, perché abbiamo bisogno di questo bambino che poppi più frequentemente per far partire la macchina, fondamentalmente.

[Arianna] – Poi è stata molto bella la sua riflessione, nel senso “io sono andata avanti così perché mi hanno detto così”. Invece, mi piace sempre un po’ tirare una riga, a un certo punto, e fermarmi con le coppie, per dire: «Come state in questa storia?». Perché, come obiettivo mio di ostetrica, di consulente dell’allattamento, c’è anche un po’ il fatto che questo allattamento possa essere portato avanti. 

Dobbiamo un po’ uscire da questa cosa del sacrificio, per cui deve diventare un percorso per te vivibile

[Arianna] – Partendo dal presupposto che non sono una consulente del sonno, e quindi “consigli tecnici” su queste cose non mi sento in grado di darne, però mi viene, appunto, un po’ di partire da lì: qual è il vostro stile e quale stile riuscite a sentire essere percorribile? C’è un’unicità, c’è una storia singola, quindi c’è quella mamma che dice «Ma sai che c’è? A me non frega niente, lo attacco e ci va bene così, abbiamo trovato il nostro equilibrio». Se, invece, c’è una mamma in fatica si può suggerire qualche aiuto. L’aiuto principale lo ritroviamo sempre lì nel partner; ci può essere la poppata con l’addormentamento con il papà, e questo potrebbe essere un primo passaggio.

[Arianna] – C’è ad esempio una cosa molto importante, soprattutto quando i bambini sono un po’ più grandicelli, nel far capire che non sempre il seno è “on demand”, okay? Quindi una cosa su cui lavoro tanto io è l’attesa del bambino. Va bene, anche da piccoli, parlare sempre, verbalizzare tutto e raccontargli tutto. “Va bene, capisco che vuoi questa cosa, adesso la mamma si toglie le scarpe, fa la pipì, si prepara e facciamo questa cosa”. Non è che perché sei lì allora immediatamente rispondo. 

Se questa cosa non la vivo bene, allora anche noi dobbiamo imparare ad accompagnare il nostro bambino, a rispettare anche il nostro corpo nell’allattamento. È un discorso di relazione. La relazione è fatta da corpi, da due corpi che in quell’istante si ritrovano. Non è soltanto una nutrizione. Allora la relazione deve essere da ambe le parti, nel rispetto delle persone.

[Arianna] – Questo magari non è un consiglio pratico, ma un’idea di come affrontare questo percorso.

[Anna] – Sono comunque consigli importanti che, secondo me, partono da una base importantissima che è l’ascoltarsi, cioè ascoltare se stessi, i propri desideri. Perché ci diciamo spesso, in questo podcast, che un bimbo felice parte anche da una mamma felice che sta bene con se stessa. Allenarsi a tirar fuori questi sentimenti, queste emozioni, anche davanti a un neonato che ha poche ore di vita, è un allenamento per noi, perché poi questo dialogo deve essere sempre aperto.

[Giorgia] – Posso dire solo una cosa legata a questo? Che, secondo me, ha dato un messaggio bellissimo: il discorso dell’attesa. Io mi ricordo, veramente, che c’erano volte in cui mi dicevano «Ma Ettore non piange mai, è buono» e per me era “eh, certo”, perché io c’ero sempre! Come dicevi tu [Arianna], io non lo facevo aspettare. Appena sentivo un piantino lo attaccavo. E su questa cosa, dopo, ci ho dovuto lavorare, perché era un bambino abituato al fatto che rispondessi subito. È giusto nella fase iniziale, quando proprio sei nella fase “primordiale” diciamo dell’allattamento, però dopo crescono. Però io questa cosa l’ho vissuta un po’ sulla pelle, no? Se non hai qualcuno che ti fa un po’ aprire su questo, anche tu come mamma, che vuoi magari veramente dare il meglio del meglio a tuo figlio, in realtà in quel momento lì non stai facendo il meglio, perché poi te lo ritrovi dopo. Ecco, solo questo.

Montata lattea, latte intermedio e meccanismo di calibrazione

[Anna] – Vorrei fare due passi indietro, sul tema della montata lattea, perché si parla tanto del fatto che la produzione del latte si calibra nel corpo. Quindi, vorrei chiederti, Arianna, che cosa significa concretamente [montata lattea] e quanto tempo ci vuole? Cosa succede in quel passaggio dalla montata lattea alla produzione diciamo “su misura”?

[Arianna] – Allora questa domanda è una domanda bella. Complimenti Anna per la tua domanda! Perché è un qualcosa che si conosce anche poco, a mio parere, cioè i meccanismi di produzione del latte sono sempre un po’ un mistero. Mi piace sottolineare una cosa: l’allattamento parte in gravidanza, che è un passaggio che, anche questo spesso e volentieri, non si sa. Uno dice “ma l’allattamento parte forse dopo, sì, no, non si sa”. 

In gravidanza il tuo corpo già si organizza per produrre latte tendenzialmente nel dopo parto.

[Arianna] – La “montata lattea” è questo momento in cui il corpo, dal colostro, inizia a produrre quello che viene definito inizialmente “latte intermedio” e avviene all’incirca attorno alle 48/72 ore di vita. Può essere più o meno importante – come ci ha un po’ raccontato Giorgia – e diciamo che come si vivono i giorni precedenti in ospedale fa un po’ la differenza sull’importanza, a livello corporeo, di questa montata lattea. Quindi, si è visto che la separazione, un bambino attaccato raramente, e molti liquidi in travaglio vanno a impattare su una montata lattea importante, faticosa da gestire. Se, invece, abbiamo questo bambino che poppa bene, a richiesta, ci si rende conto che il corpo sta cambiando perché c’è questo seno caldo, lo si sente pieno eccetera, ma senza avere delle fatiche oggettive.

[Arianna] – Da lì, poi, inizia il gioco della “terza fase” di quella che è la produzione di latte, che è “calibriamo la produzione”, ovvero produciamo quel che serve al mio bambino. Il corpo lì è molto saggio, perché il bambino è uno, o ce ne sono due. Se sono due il corpo deve produrre per due. Quindi il meccanismo si basa su domanda e offerta: il bambino chiede tot, il corpo produce tot, oppure dal mio corpo – con un tiralatte o una spremitura manuale – esce tot e io produco questo.

[Arianna] – Tutto questo è regolato da una proteina che si chiama FIL, che si conosce molto poco, che è il Fattore di Inibizione della Lattazione. Questa proteina c’è nel nostro latte e, man mano che il latte si forma all’interno della mammella, cresce anche la quantità di questa proteina che, a un certo punto, quando raggiunge un determinato livello, dà un messaggio di interrompere (per quel momento) la produzione di latte. Quindi “siamo arrivati”, “stop”, okay? La rimozione del latte fa sì che ci sia la rimozione anche del FIL, e quindi il corpo percepisce nuovamente di riprodurre latte. 

[Arianna] – Questo meccanismo che c’è nelle settimane successive – che dura all’incirca un mesetto – permetterà a un certo punto di arrivare ad avere la produzione che serve, come si diceva prima. Il corpo di solito parte molto “in pompa magna”, è come se dicesse «produciamo, perché non sappiamo per chi dobbiamo produrre, per quanti bambini dobbiamo produrre», quindi si mette lì, alla grande, e poi, pian pianino, dice «bene, quest’allattamento che è unico e irripetibile» – perché io tra le braccia ho un bambino unico e irripetibile, che non mi popperà come un secondo figlio – «in questo caso, quanto latte serve?». E lì avviene questo fenomeno della calibrazione!

[Anna] – Che trovo super affascinante! Parlerei di questo per ore, perché queste cose qui – a parte che secondo me non vengono spesso raccontate – ma le trovo fantastiche, perché “ho un corpo sapiente”. 

[Arianna] – Un corpo sapiente! E giusto per metterci anche una chicca, era il meccanismo che sfruttavano anche le balie. Le balie arrivavano ad allattare anche 5 bambini alla volta, sfruttando questo meccanismo di sovrastimolo del corpo, senza permettere al FIL di rimanere lì, in modo tale che il corpo continuasse a produrre e produrre e produrre. Così riuscivano ad arrivare ad allattare anche più bambini in contemporanea.

Il secondo parto e la seconda esperienza di allattamento

[Anna] – Quindi abbiamo parlato di allattamenti che sono unici e ripetibili, arriviamo alla storia di Pietro. È stata simile questa seconda esperienza di allattamento?

[Giorgia] – È stata comunque una bellissima esperienza, quindi partiamo da questo presupposto. Ed è stata diversa, perché il parto è stato diverso. Il parto di Pietro è stato tumultuoso, cioè proprio un uragano.

[Anna] – Dopo quanto tempo è arrivato?

[Giorgia] – È arrivato dopo 2 anni e 9 mesi, più o meno. E io non ho avuto tempo, praticamente, cioè nel senso che sono partite delle contrazioni, ho rotto il sacco anche lì. Tra l’altro, era il periodo del Covid, eravamo a cena, ed era la prima serata che avevano riaperto i ristoranti e io ero fuori, cioè ero più o meno a 41 settimane e volevo andare a mangiare qualcosa. Eravamo al ristorante, mi ricordo proprio che ho rotto il sacco.

[Anna] – Al ristorante?

[Giorgia] – Sì, infatti mi ricordo che mio marito mi ha guardato e mi ha detto «e adesso?».«Eh, adesso ci vuole tempo, non ti preoccupare, portiamo Ettore dai nonni…». E anche qua una magia bellissima che mi è successa è che io non avevo contrazioni, quindi ho rotto il sacco e abbiamo caricato Ettore, l’abbiamo portato dai nonni, l’ho salutato, l’ho abbracciato con tutta proprio l’emotività che hai in quel momento (mi viene ancora adesso se ci ripenso). Ho chiuso la porta e sono partite le contrazioni, una cosa incredibile! Però, memore del primo parto, facciamo con calma, siamo tornati a casa, ho fatto la doccia. Solo che, a un certo punto, erano molto intense queste contrazioni e, secondo me, a un certo punto arriva la domanda, in testa ti arriva, «ma quanto sarò dilatata?», una donna ce l’ha quella domanda lì.

[Giorgia] – Io a un certo punto ho detto a mio marito, «ascolta, andiamo, perché se è come l’altra volta, cioè non so se ce la faccio». E quindi quando siamo arrivati, in realtà, non ho voluto la carrozzina, non ho voluto niente, perché so che bisogna muoversi tanto, quindi assolutamente che non si fermi! Quindi saluto mio marito, perché c’era il Covid e io dovevo aspettare, quindi solo se è in fase di travaglio [sarebbe potuto entrare]. Quindi lo risaluto e dico “boh, chissà quando ci rivediamo”. Ed esco, dopo un minuto, perché ero dilatata in realtà 8-9 centimentri, ero proprio da sala parto. 

[Giorgia] – Anche qui mi ricordo benissimo che quando sono arrivata in sala parto io ero lucida, cioè “stavo gestendo” – la famosa gestione, un po’, delle contrazioni, ci stavo riuscendo. Mi ricordo che ho parlato con l’ostetrico e ho detto «guarda che c’è qualcosa che non quadra, perché io non sto morendo, cioè ho la contrazione, respiro…» e mi fa «no, guarda che tu la stai gestendo, tranquilla». Solo che era “la calma prima della tempesta”, sostanzialmente. Da lì è partita appunto la fase espulsiva, che è veramente durata tre spinte, cioè una cosa molto veloce. Quindi anche l’imprinting stesso è stato diverso, perché l’ultima spinta io l’ho data comunque in piedi, quindi ho fatto in tempo a sentire, diciamo, che è uscito. E ho fatto in tempo a guardare e ho detto «scusate, ma dov’è?». Mentre con Ettore l’ultima spinta l’avevo data “dritta” e mi era arrivato immediatamente.

[Giorgia] – Anche come peso erano diversi, Pietro era proprio gigante ed era vorace, era proprio vorace. Allora il mio seno era già pronto, ero già più rodata, perché comunque… una ragade me l’ha fatta anche lì, subito!

[Anna] – Per non farci mancare niente!

[Giorgia] – Però lì avevo capito che comunque era perché magari non l’avevo attaccato bene, quindi ho risolto.

[Anna] – No paracapezzolo a questo giro! 

[Giorgia] – No paracapezzolo! Però lui aveva un’altra caratteristica che, secondo me, è interessante, ovvero che lui era veramente richiestivo

Poppava tantissimo, mangiava tantissimo e aveva qualche rigurgito frequente. Quindi io me la sono posta questa domanda, «ma se io sto alla richiesta sua, questo mangia ogni ora e mezza, cioè io esplodo, cioè non ce la faccio a starci dietro». 

[Giorgia] – Anche questo, secondo me, è un tema, ed è una situazione su cui poi io mi sono confrontata con l’ostetrica, e abbiamo un po’ capito che, in realtà, lui stava mangiando anche troppo in quella fase lì. La sua richiesta, a parte all’inizio, dopo andava un po’ calibrata, perché altrimenti lui era costantemente attaccato al seno e io facevo fatica, ovviamente, a starci dietro. Quindi più che una richiesta reale del bambino, magari abbiamo rispettato dei momenti – non dico “orari” perché non erano orari. Abbiamo capito che l’attesa famosa, non solo era importante per far aspettare il bambino, ma era anche importante a livello fisiologico per quello che hai detto tu prima [Arianna], cioè per far rispettare un pochino anche la calibrazione del mio seno, perché altrimenti il mio seno non era mai calibrato. 

Io continuavo a perdere latte ed è veramente un disagio se vuoi uscire, se vuoi fare qualcosa, cioè devi stare sempre attenta, poi attacchi il seno a destra e parte il getto a sinistra! Veramente un disagio. 

[Giorgia] – E in più, comunque, parte un flusso magari veloce, lui si stacca, si innervosisce, dice “no, cos’è?”. E quindi è stata un’altra esperienza, perché proprio era voracissimo.

Come si gestiscono le perdite di latte

[Anna] – Hai raccontato, sia nel primo che nel secondo allattamento, del tema della perdita del latte, che è un altro tema che, secondo me, non viene spesso affrontato, perché ti ritrovi queste magliette bagnate… ma come si gestisce? Come funziona questa cosa? Quanto va avanti? 

[Arianna] – Diciamo che è abbastanza tipico, fino appunto al momento della calibrazione famosa, poi il caso che ci ha appunto raccontato Giorgia è stato un caso probabilmente di iperproduzione, quindi quando ci sono questi casi di iperproduzione, ahim, si va avanti per molto più tempo in queste perdite. In realtà, dietro queste perdite c’è un altro meccanismo magico, quindi andiamo a svelare un’altro pezzettino di “magia” di questo corpo. Nel senso che noi siamo sempre molto abituati a dire che il bambino poppa e mangia quello che lui estrae dal corpo della mamma. In realtà arriva la famosa ossitocina, che conosciamo molto come ormone legato al travaglio e meno come ormone legato all’allattamento.

L’ossitocina, oltre ad avere tutto il potere del legame, dell’amore, eccetera, è un ormone che fa contrarre. Cosa? Fa contrarre quelle cellule miometriali che ci sono attorno agli alveoli dell’allattamento, tanto per capirsi.

[Arianna] – Quindi dopo un po’ che il bambino poppa, entra in circolo l’ossitocina e queste cellule muscolari, che ci sono appunto attorno a dove si crea il latte, fanno sì che il latte fuoriesca da solo. L’allattamento avviene se c’è ossitocina, il bambino da solo non riuscirebbe a estrarre tutto quello che gli serve. Okay? Ma ha bisogno di questa cosa che si chiama riflesso di eiezione (o emissione) dell’ossitocina. È logico che l’ossitocina non è che funziona solo sulla mammella dove il bambino è attaccato, funziona su tutte e due le mammelle e, di conseguenza, se io ho il bambino a sinistra è normale, all’inizio, che io possa (non è obbligatorio) perdere latte anche sul seno destro, e viceversa.

[Arianna] – Come dicevo prima, con la calibrazione questa cosa dovrebbe rientrare. E come ci si aiuta? Ci si aiuta, all’inizio, con un po’ di marchingegni, nel senso da appunto le coppette assorbilatte che possono essere di vari elementi – a me piace molto suggerire quelle lavabili, anche per un impatto ambientale meno importante – o con “conchiglie” che raccolgono latte, quindi ci si può aiutare.Certo è che ha un qualcosa di un po’ scomodo all’inizio.

[Anna] – È un po’ scomodo da gestire.

[Arianna] – Sì, e sempre per mettere lì un’altra cosa che può avvenire – che non si sa e che viene raccontata molto poco – l’ossitocina, la si crea e la si produce anche durante i rapporti [sessuali]. Ed è un’altra cosa su cui le mamme in allattamento rimangono talvolta basite, perché già la ripresa dell’intimità non è semplicissima – lo sappiamo, il ritrovarsi è un lavoro che la coppia deve fare – e in più se ci si mette di mezzo anche l’ossitocina che in realtà crea quel bellissimo legame, quella bellissima intesa col mio partner, io durante un rapporto potrei perdere latte.

[Anna] – Interessante! L’abbiamo raccontato, così siete preparate! 

[Arianna] – Così lo sappiamo, sappiamo che questo latte ogni tanto… Però dietro c’è sempre un ossitocina che ha qualcosa di magnifico.

[Anna] – Grazie!

“Navigare con una bussola”

[Anna] – Giorgia, per concludere, se dovessi descrivere la tua storia di latte – o le tue storie di latte, visto che parliamo di due bambini – in una sola parola, quale sarebbe? 

[Giorgia] – Ma, ti direi, forse, navigazione! La vivrei così, perché non l’ho vissuta come una montagna da scalare, perché non è stata così ripida, così angusta. Però è stata una navigazione, cioè sono partita un po’ anche, sai, quando parti dal porto, che vedi tutto e dici “ma dai”; poi ti dai un obiettivo però sembra un po’ distante, non riesci, magari hai qualche isola da affrontare, da spostare, devi stare attenta a calibrare quel timone, quindi per me è stato un po’ così, per poi arrivare però al faro. Ci sono arrivata, diciamo, quindi sì, ti direi questo.

[Giorgia] – Se ci sono, appunto, le mamme che ci stanno ascoltando, penso che possa essere sicuramente una storia positiva. Sono entrambe storie positive, però non senza delle difficoltà. Ed è anche un messaggio, secondo me, bello da passare, il fatto che l’allattamento è bellissimo, ma potrebbe anche avere delle difficoltà e non per tutte poi viene vissuto così

Se ci si fa affiancare da figure fondamentali che ti posso aiutare, questa navigazione magari con la bussola è un po’ più facile.

[Anna] – Magari ci mettiamo una bella troupe su questa barca, non siamo da sole! 

[Giorgia] – Esatto, questo è. Carino! Ci mettiamo qualcuno, ci mettiamo un buon navigatore di ultima generazione, questo ci può aiutare.

[Anna] – Grazie mille!

Unicità, presenza del partner, pazienza

[Anna] – Arianna, invece, ascoltando la storia di Giorgia, ti va di lasciarci un pensiero finale, un consiglio, uno spunto per chi sta per iniziare o sta attraversando il proprio percorso di allattamento?

[Arianna] – Allora, la storia di Giorgia ci dà veramente tantissimi spunti, è veramente ricca (grazie!). Io dalla sua storia porterei a casa, come prima parola, unicità. Mi sembra che l’abbiamo detta più volte e penso che sia fondamentale per le mamme e le coppie che stanno affrontando questo percorso tenerla a mente. È il nostro percorso, è il nostro bambino che arriva da una modalità di parto, da una storia. Quindi unicità del percorso – il tendere a un modello è qualcosa che non ci aiuta, non ci facilita. Stiamo in quello che abbiamo, che proviamo, che sentiamo e che desideriamo: questo è il primo messaggio. 

[Arianna] – Il secondo messaggio, molto bello, è questa presenza di questo partner che è stato salvifico. Facciamoli entrare a gamba tesa i nostri partner in questo percorso e, spesso e volentieri, siamo noi che ci creiamo un po’ questa “nicchia” con il nostro bambino senza tirare dentro [l’altro] – invece quel tirare dentro è fondamentale: cambia le sorti di quell’allattamento!

[Arianna] – E l’altro messaggio che mi porto a casa, appunto, è un po’ questa cosa della navigazione – che [Giorgia] hai espresso molto bene. Ci hai impiegato tre mesi prima che questo allattamento fosse bello. Ci aspettiamo sempre subito questa cosa “naturale”, che è naturale oggettivamente, ma naturale, come ho già ripetuto più volte nella mia vita, non significa semplice. E quindi se si ha il desiderio, se si ha la consapevolezza che questo percorso è un percorso che vogliamo fare, bisogna prendersi del tempo. Non bisogna pensare che parta, così, di punto in bianco.

[Arianna] – Poi magari ci sono delle storie, anche ancor più semplici di quella di Giorgia, e ben venga. Però sapere che l’allattamento richiede perlomeno una parte iniziale, voglia, mettersi in gioco, provare, sostegno, non è così scontato e spontaneo. 

[Anna] – Quindi: pazienza?

[Arianna] – Pazienza, sì, brava.

[Anna] – Grazie, grazie Arianna, e grazie Giorgia per averci consegnato la sua storia con cura e grazie di cuore a tutte e due.

Credits

Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è sostenuto da Nidi Fioriti, un’iniziativa che coltiva l’alleanza tra scuola, famiglia e territorio, a partire dai più piccoli.

“Grembo, racconti di latte” è un progetto speciale dedicato all’allattamento, realizzato con Inglesina

Musiche © Pablo Sepulveda Godoy

Produzione video © Andrea Sanna
In questo episodio, Anna è stata ospite di Young Folks, che si ringrazia per l’accoglienza.

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